LXII

By Giosue Carducci

Lina, brumaio torbido inclina,

Ne l'aer gelido monta la sera:

E a me ne l'anima fiorisce, o Lina,

La primavera.

In lume roseo, vedi, il nivale

Fedriade vertice sorge e sfavilla,

E di Castalia l'onda vocale

Mormora e brilla.

Delfo a' suoi tripodi chiaro sonanti

Rivoca Apolline co' nuovi soli,

Con i virginei peana e i canti

De' rusignoli.

Da gl'iperborei lidi al pio suolo

Ei riede, a' lauri dal pigro gelo:

Due cigni il traggono candidi a volo:

Sorride il cielo.

Al capo ha l'aurea benda di Giove;

Ma nel crin florido l'aura sospira

E con un tremito d'amor gli move

In man la lira.

D'intorno girano come in leggera

Danza le Cicladi patria del nume,

Da lungi plaudono Cipro e Citera

Con bianche spume.

E un lieve il séguita pe 'l grande Egeo

Legno, a purpuree vele, canoro:

Armato règgelo per l'onde Alceo

Dal plettro d'oro.

Saffo dal candido petto anelante

A l'aura ambrosia che dal dio vola,

Dal riso morbido, da l'ondeggiante

Crin di viola,

In mezzo assidesi. Lina, quieti

I remi pendono: sali il naviglio.

Io, de gli eolii sacri poeti

Ultimo figlio,

Io meco traggoti per l'aure achive:

Odi le cetere tinnir: montiamo:

Fuggiam le occidue macchiate rive,

Dimentichiamo.