LXII.

By Giosue Carducci

Divinatrice d'altre genti indaghe

Barbari flutti la britanna prora

Là dove l'indo pelago colora

L'ultime plaghe:

Artici ghiacci a' liberi navili

Vietino indarno i bene invasi mari,

E 'l fero lito d'Orenoco impari

Culti civili:

Frema natura, e i combattuti arcani

Ceda a l'intenta chimica pupilla:

Fulminea voli elettrica scintilla

Per gli oceàni:

Umana industria in divo lume avvolta

Spezzi il mistero e le sognate porte,

E minacciando insultino a la morte

Galvani e Volta:

Che val, se in vizi pallidi feconda

Del lento morbo suo l'età si gode

E colpe antiche di moderna lode

Orna e circonda?

Odi sonare i facili profeti

Con larga bocca e Cristo ed evangelo

Odi rapiti in santo ardor di cielo

Sofi e poeti

Vaticinanti. – Da l'avita asprezza

Nel mitic'oro il docil tempo riede:

Del lauro antico degnamente erede

La giovinezza

Già de la patria medita l'onore:

Gli anni volanti interroga la speme:

Guatan placati al bello italo seme

Gloria e valore. –

Oh non di forza un secol guasto allieta

Sillogismo di mistica sofìa,

Non clamor di tribuni e non follìa

D'ebro poeta.

Putre fluisce, e ne le sue sorgive

Livida già la vita: da le prime

Cune l'inerzia noi caduche opprime

Genti mal vive.

Quando virtude con fuggente piuma

Sprezza la terra e chiede altro sentiero,

L'ardor del buono e lo splendor del vero

Rado s'alluma,

Languido il cor gli spirti suoi più belli

Ammorza e stagna torbida la mente,

Speme si vela e disdegnosamente

Guarda a gli avelli.

O padri antichi, a' vostri petti degno

Culto eran patria e libertà; verace

Vita agitava l'anima capace

E il forte ingegno.

Pii documenti di civil costume,

Opre gentili, e amore intellettivo

Del buon del vero del decente, e vivo

D'esempi lume

Vedeano i figli ne la sacra etate

De' genitori e ne' pudichi lari;

E sobri uscieno cittadini cari

Ne la cittate.

Crescean nel lieto strepito frequente

De le officine, gioventù severa,

Forte le membra, indomita ed intera

L'alma e la mente.

Durar nel ferro il giovin corpo altiero,

Vegliar le notti gelide, ed immoti

Prostrare a morte libera devoti

Marte straniero,

Fûr loro studi. Poi con man trattando

Con trionfale mano, e lane e sete,

Appesi a la domestica parete

L'asta ed il brando,

A le pie mogli dissero le dure

Fortune de le pugne, ulte le offese

Ne le barbare torme al pian distese,

E le paure

De le regie consorti e gli anelanti

Sogni su 'l fato del signor. Pietose

De i dolori non suoi piangean le spose

Memori pianti.

Ma il figliuoletto, le domate squadre

Seco pensando ed il clamor di guerra,

Con occhio ingordo riguardò da terra

L'armi del padre;

E crebbe fero giovinetto, spene

Cara a la patria e forza di sua gente.

Bello di gioventù, d'armi lucente,

Ei viene, ei viene.

Suonano i campi sotto il gran cavallo

Che altero agita in corso onda di chiome:

Fuggon le schiere e pavide il suo nome

Gridan nel vallo.

Chi fia che tenti quel novel lione?

Morte de la sua vista esce e paura.

Ei passa, e pianta su le vinte mura

Il gonfalone.

Or tòsco a i figli è il prepotente canto

E il docil guizzo de' seguaci moti

Onde vergogna passerà a i nepoti

D'Ellsler il vanto.

Vile ed infame chi annebbiò il pudico

Fior de' tuoi sensi ne' frementi balli,

O giovinetta, e stimolò de' falli

Il germe antico!

E maledetta la procace nota

Ch'alto ti scuote il bel virgineo petto

E che nel foco del segreto affetto

Tinge la gota!

Gioite, o padri; e a l'alma ed a la mente

Galliche fole di peccar mezzane

Esca porgete. Da le carte insane

Surga sapiente,

Surga e proceda l'erudita e bella

Vostra Lucrezia a gl'itali mariti,

Pura accrescendo a i sacri rami aviti

Fronda novella.

Ma non di tal vasello uscia l'antico

Guerrier, che a sciolte redini, feroce,

Premea de l'asta infensa e de la voce

Te, Federico.

O di cor peregrina e di favella

E di vesti e di vizi, o in odio a' numi

E a gli avi ed a la patria, or che presumi,

Stirpe rubella?

Sgombra di te la sacra terra; o in fondo

Putrida giaci dal tuo morbo sfatta,

E i vanti posa e la superbia matta,

Favola al mondo.

Oh, poi ch'avverso è il fato ed a noi giova

L'oblio perenne e i gravi pesi e l'onte,

Rompa su d'oltre mare e d'oltre monte

Barbarie nova!

Frughin de gli avi ne le tombe sante

Con le spade ne' figli insanguinate,

E calpestin le sacre al vento date

Ossa di Dante!