LXIII – Baldi

By Giacomo Leopardi

Taccia dunque il cultor, né si querele

Giudice me né misero si chiami

Perché il suo faticar correndo in giro

Per l'istesso sentier sempre ritorni;

E perché spesso al sole ed a la neve

Fra soverchi disagi ei geli e sudi;

E che talor di sue fatiche estreme

Il frutto caggia e la speranza indarno:

Ch'a gran torto si duol, se l'occhio volge,

E dritto mira il periglioso stato

De l'audace nocchiero. Egli se 'l giorno

Suda premendo il faticoso aratro,

O d'arboscel di questa in quella riva

Translato tronca i troppo audaci rami;

Respira al fine, e quando il Sol si parte

Per dar loco a la notte, i buoi disciolti

Da le arate campagne a l'umil tetto,

Che già vede fumar, l'orme rivolge:

Ove col cibo che apprestato gli ave

La sua casta compagna, egli riprende

Il perduto vigore; e 'ntanto in seno

Gli riportan scherzando i dolci figli

Le pargolette membra: onde egli obblia

Le passate fatiche. E benché d'oro

Non splenda il suo ricetto, e non s'estolla

Sovra colonne di lucenti marmi;

Benché sovra alti piè di sculto argento

Candidissime faci ei non accenda,

Il cui splendor de le superbe sale

A gli occhi scopra le ricchezze e l'arte;

Lieto è però: sì le corone e i manti,

Ricco in sua povertà sprezza e non cura.

A lui ridono i prati; a lui sol versa

Giacinti e rose la surgente aurora;

A lui, dolce cantando, i primi albori

Salutan gli augelletti; e i fonti e i faggi

Porgon chiari i cristalli, opache l'ombre,

Ove l'aride labbra immolli, ed ove

Posi dormendo il faticato fianco.

Altramente a colui, vivendo, avviene,

Che ricchezze adunar brama fra l'onde.

Perché lasciata la mogliera e i figli,

Quasi dal patrio nido a forza spinto,

Se stesso esposto a volontario errore,

Erme penetra e sconosciute arene:

D'ogni nube paventa; e mai non dorme

D'altissima paura il petto scarco:

Arde a l'estivo tempo; e benché d'acque

Sia d'ogni intorno cinto, indarno brama

Fresco rimedio a la focosa sete:

Da' colpi de la morte un picciol legno

Gli è frale scudo: e, quel ch'è vie più grave,

Rare fiate avvien ch'ei ne riporte

Mercè che sembri al gran travaglio eguale.

Non vo' però che tu, benché d'estrema

Fatica sia quest'arte, e di periglio,

Perciò paventi, e neghittoso viva

Tutta l'etate tua povero e vile:

Perché spesso in cangiar contrada e parte,

Cangia uom fortuna; e 'n region lontana

Trova tesor che nel paterno nido

Avria forse aspettando atteso indarno.

Sii pur saggio e prudente, e col consiglio

Rompi fortuna rea: perché a colui

Solo il pregio si dee, che ardito e forte

Riede superator d'ogni periglio.

Non vedi tu che i celebrati eroi,

Per fabbricarsi gloria, ebber tenzone

Co' mostri e con l'inferno? e che la fronte

Solo a colui l'illustre fronde cinse,

Che sudò vincitor ne' campi elei?

Pon mente al Lusitan, che, ben che il regno

Aggia colà ve 'l Sol cade ne l'onde,

Tal col proprio valor calle s'aperse,

Che, Cerne addietro e 'l carro de gli Dei

(Mete non degne a l'animoso corso)

Di gran lunga lasciato, incontro al sole

Volò così, che fra gli estremi Eoi

Potè spiegar le vincitrici insegne.