LXIII – Baldi
Taccia dunque il cultor, né si querele
Giudice me né misero si chiami
Perché il suo faticar correndo in giro
Per l'istesso sentier sempre ritorni;
E perché spesso al sole ed a la neve
Fra soverchi disagi ei geli e sudi;
E che talor di sue fatiche estreme
Il frutto caggia e la speranza indarno:
Ch'a gran torto si duol, se l'occhio volge,
E dritto mira il periglioso stato
De l'audace nocchiero. Egli se 'l giorno
Suda premendo il faticoso aratro,
O d'arboscel di questa in quella riva
Translato tronca i troppo audaci rami;
Respira al fine, e quando il Sol si parte
Per dar loco a la notte, i buoi disciolti
Da le arate campagne a l'umil tetto,
Che già vede fumar, l'orme rivolge:
Ove col cibo che apprestato gli ave
La sua casta compagna, egli riprende
Il perduto vigore; e 'ntanto in seno
Gli riportan scherzando i dolci figli
Le pargolette membra: onde egli obblia
Le passate fatiche. E benché d'oro
Non splenda il suo ricetto, e non s'estolla
Sovra colonne di lucenti marmi;
Benché sovra alti piè di sculto argento
Candidissime faci ei non accenda,
Il cui splendor de le superbe sale
A gli occhi scopra le ricchezze e l'arte;
Lieto è però: sì le corone e i manti,
Ricco in sua povertà sprezza e non cura.
A lui ridono i prati; a lui sol versa
Giacinti e rose la surgente aurora;
A lui, dolce cantando, i primi albori
Salutan gli augelletti; e i fonti e i faggi
Porgon chiari i cristalli, opache l'ombre,
Ove l'aride labbra immolli, ed ove
Posi dormendo il faticato fianco.
Altramente a colui, vivendo, avviene,
Che ricchezze adunar brama fra l'onde.
Perché lasciata la mogliera e i figli,
Quasi dal patrio nido a forza spinto,
Se stesso esposto a volontario errore,
Erme penetra e sconosciute arene:
D'ogni nube paventa; e mai non dorme
D'altissima paura il petto scarco:
Arde a l'estivo tempo; e benché d'acque
Sia d'ogni intorno cinto, indarno brama
Fresco rimedio a la focosa sete:
Da' colpi de la morte un picciol legno
Gli è frale scudo: e, quel ch'è vie più grave,
Rare fiate avvien ch'ei ne riporte
Mercè che sembri al gran travaglio eguale.
Non vo' però che tu, benché d'estrema
Fatica sia quest'arte, e di periglio,
Perciò paventi, e neghittoso viva
Tutta l'etate tua povero e vile:
Perché spesso in cangiar contrada e parte,
Cangia uom fortuna; e 'n region lontana
Trova tesor che nel paterno nido
Avria forse aspettando atteso indarno.
Sii pur saggio e prudente, e col consiglio
Rompi fortuna rea: perché a colui
Solo il pregio si dee, che ardito e forte
Riede superator d'ogni periglio.
Non vedi tu che i celebrati eroi,
Per fabbricarsi gloria, ebber tenzone
Co' mostri e con l'inferno? e che la fronte
Solo a colui l'illustre fronde cinse,
Che sudò vincitor ne' campi elei?
Pon mente al Lusitan, che, ben che il regno
Aggia colà ve 'l Sol cade ne l'onde,
Tal col proprio valor calle s'aperse,
Che, Cerne addietro e 'l carro de gli Dei
(Mete non degne a l'animoso corso)
Di gran lunga lasciato, incontro al sole
Volò così, che fra gli estremi Eoi
Potè spiegar le vincitrici insegne.