LXIV – Chiabrera
Se de l'indegno acquisto
Sorrise d'oriente il popol crudo,
E 'l buon gregge di Cristo
Giacque di speme e di valore ignudo;
Ecco che pur, l'empia superbia doma,
Rasserenan la fronte Italia e Roma.
Se alzar gli empi Giganti
Un tempo al ciel l'altere corna; alfine
Di folgori sonanti
Giacquer trofeo, tra incendi e tra ruine:
E cadde fulminata empia Babelle
Allor che più vicin mirò le stelle.
Sembrava al vasto regno
Termine angusto omai l'Istro e l'arene:
Nuovo Titano a sdegno
Già recarsi parea palme terrene;
Posto in obblio qual disdegnoso il cielo
Serbi a l'alte vendette orribil telo.
Spiega di penna d'oro,
Melpomene cortese, ala veloce.
E 'n suon lieto e canoro
Per l'italiche ville alza la voce:
Risvegli omai ne gli agghiacciati cori
Il nobil canto tuo guerrieri ardori.
Alza l'umido ciglio,
Alma Esperia, d'eroi madre feconda;
Di Cosmo armato il figlio
Mira, de l'Istro in su la gelid'onda,
Qual ne' regni de l'acque immenso scoglio,
Farsi scudo al furor del tracio orgoglio.
Per rio successo avverso
In magnanimo cor virtù non langue.
Ma qual di sangue asperso
Doppia teste e furor terribil angue,
O qual de la gran madre il figlio altero,
Sorge cadendo, ognor più invitto e fiero.
D'immortal fiamma ardente
Fucina è là su i luminosi campi,
Ch'alto sonar si sente
Con paventoso tuon, fra nubi e lampi,
Qualor di bassi regni aura v'ascende
Di mortal fasto, e l'ire e i fochi accende.
Su l'incudi immortali
Tempran l'armi al gran Dio Steropi e Bronti.
Ivi gli accesi strali
Prende, e fulmina poi giganti e monti:
Ivi, né certo in vano
S'arma del mio signor l'invitta mano.
Quinci per terra sparse
Vide Strigonia le superbe mura:
Quinci ei ne l'armi apparse
Qual funesto balen fra nube oscura.
Ch'alluma il mondo, indi saetta, e solve
Ogni pianta, ogni torre in fumo e 'n polve.
Oh qual ne' cori infidi
Sorse terror quel fortunato giorno!
I paventosi gridi
Bisanzio udì, non pur le valli intorno;
E fin ne l'alta reggia, al suo gran nome,
Del gran tiranno inorridir le chiome.
Segui: a mortal spavento
Lunge non fu già mai ruina e danno.
Io di nobil concento
Addolcirò de' bei sudor l'affanno;
Io de la palma tua, con le sacr'onde,
Cultor canoro, eternerò le fronde.