LXIV

By Franco Sacchetti

Chi drieto va

a quel ch'altri ha

e 'l suo tener non sa,

tallora stoscio dà

che ben gli sta:

sì che non fa sua voglia,

e la sua doglia

non è chi toglia,

ma di quel che gli coglia

ciascun ride:

a l'altru' stride

rispondon gride

che dicon: - Die ti mandi! -.

A te dico, che grandi

pel mondo imprese spandi

con crudeltà che pandi,

o fier tiranno:

seguì già tale scanno

Neron, donando danno;

ma per l'afanno

ben fu meritato!

Non esser sì sfidato,

ché convien ch'ogni nato

a morte vegna.

Tal dice che si segna

di cosa degna,

ed e' si cava l'occhio,

e non è cavalocchio

quel che glil fa sentire,

per che guerire

non può.

Va il caval per - Giò -,

per - Anda - va il bo',

e l'asino per - Arri -;

e' carri

sanza ruote vaglion nulla.

Ne la culla

il fanciul si trastulla

insin che dorme.

Le torme

fanno l'orme;

e sanza forme

non si fanno usatti.

I gatti

e' matti

non fan bello scherzo.

Chi è 'l terzo

al palio, ha 'l mellone.

Il roncone

e 'l falcione,

ben fa chi non l'aspetta.

Di poca stretta

muor la mosca.

Bestia che s'attosca,

niun la vòle.

Or to' quelle parole,

ché non son fole.

Dir si sòle

che 'l conservare

è guadagnare

più bel che l'acquistare;

e nel mare

è quella terra,

che pur con guerra

tòr volea l'altru' possa:

con aspra tossa

cadde in fossa,

che con ossa

vi lasciò il braccio.

Buon piumaccio

sanza straccio

avaccio

è da pigliare più che 'l rotto.

Chi ha cotto,

non paga scotto,

ché 'l biscotto

si porta in galea;

e se fortuna rea

gli fa mislea,

camponne Enea;

ma se la va in fondo,

fassi giocondo

chi è al mondo

a tondo

a tondo,

ch'entro non vi fu.

Alor fa il gallo - Cu cu ricù -;

l'asaiuol - Chiù chiù -,

il cucul - Cu cu -;

ancor più sù,

ch'allora canta il grillo,

la lepre, la ranella e 'l conillo.

S'i' ben distillo,

lo spillo

atigne il vino,

e non del tino;

e 'l pino

è bello in un giardino.

Il fiorino

accieca l'avaro.

Amaro

è 'l caro

a chi danaro

non ha da spendere.

Tal vuoi prendere,

che non si sa difendere

che non rimagna preso.

Chi fa mal peso,

ha offeso.

Acceso

foco

esce di picciol loco,

e non par poco

né gioco

a cui s'apiglia.

Chi ha bella figlia,

s'asottiglia

in poca dota,

e conciala con liscio e non con mota.

Or nota:

chi non può sofrir agio,

s'egli ha disagio,

di lui faccia l'accusa.

Chi ragion usa,

ben si scusa.

Con fusa

non s'inaspa;

e tal araspa,

che niente acquista.

Fa che tua vista

tutto non agogni.

I sogni

non son veri in ciascun tempo,

e già per tempo

il tuo avere

sarà altrui podere,

come sapere

tu déi che altri il tenne.

Guarda a che fine venne

Priamo, e che sostenne,

e Roma ove divenne

ed ove è giunta.

Non è sì forte punta

ch'aggiunta

no ne sia una più forte.

In corte

vegnon sorte

che paion torte

a chi le sente.

Ben fu possente

Ceser vincente

tutta gente,

ed or niente

di ciò tene:

sì che la spene

di tue mene

è folle.

Non è sì duro colle,

che, com'è molle,

alfine non rovini.

Gl'indovini

tallora fan latini

che s'apongono.

Le 'ngiurie non dipongono

gli altrui cori.

Chi esce fòri,

talor dentro non torna.

Chi ha corna,

non si scorna.

Tal inforna,

che non sforna.

Mal s'adorna

il baratto,

che è disfatto,

per un punto;

e per un punto

perdé Martin la cappa.

Chi incappa,

ben inciappa,

se non iscappa.

Con la zappa

lavora 'l villano.

Arestano

non è sano,

ma sì il grano

ciciliano.

Chi ha buona mano,

incanti la tempesta.

Tal fa festa,

c'ha mal in testa,

e dà con cesta

altrui le frutte.

Le vie tutte

non sono asciutte

e 'l camin non mègliora.

Mal vendica sua onta chi la pèggiora.

L'àncora

ferma la nave

non nella piave

né in cave,

ma nel mar più alto.

Deh, che bel salto

diè messer Galasso!

E non fu sasso

che 'l fe' venir in basso,

né papavero:

ben lo lasciò il Bavero

col buccio,

sì che a Castruccio

appena col capuccio

a soldo giunse;

ma febre il punse

dove il fece fievole,

i' dico in Valdinievole:

morì perch'a Dio piacque.

Tocca quest'acque

e chi costu' fu, guarda,

e po' da qual bombarda

fu percosso.

Chi è mosso,

vada

e guardi che non cada

nella strada,

ché chi pur bada,

vive come vile.

Esser umìle

è quello stile

che l'uom signorile

ben inalza.

Mal si calza

chi non ha calza.

Or alza

sì che tu mi giuochi netto.

Che gran diletto

ha chi vive in pace!

Sace

chi face

e tace,

ma non piace

agli sciocchi.

Talor gli stocchi

dan negli occhi,

e' crocchi

tiran le balestra.

La man destra

più che la sinestra

percuote.

Chi ha gran nuote,

talor le scuote,

e non sen vanno.

Il buon panno

fa bel riccio,

e la castagna ha 'l riccio,

e lo spinoso è riccio;

ancora è riccio

lo stornello.

Il calandrello

è bello

Deh, come è fello

chi non si misura,

e pur con guerra dura

assale l'altru' mura!

Tal presta a usura,

che non ha cura

di quel che gli basta.

Tasta

di Francia l'asta,

e come presa e guasta

fu in un'ora.

Or pur lavora,

ch'a la barba l'hai,

s' tu stai,

o sai,

o vai,

ché guai

par che tu vadi cercando.

La gente corre al bando.

Or non dar bando

che non sappi come.

Non vanno in some

quelle pome

che mangian gli orsi;

e' torsi

ancor son morsi

da lumache.

Chi ha belle brache,

portile scoverte.

Ne le verte

si piglian i pesci.

Se tu non cresci,

inàfiati spesso,

anzi ch'al messo

sia commesso

che ti giunga.

Or punga,

sì che tu munga

le caprette.

Scarpette

a cordelette

stanno strette,

e le sètte

non son nette.

Perché berette

portan i priori,

e' fra' minori

e' predicatori

non son uditi?

Sì che puo' far conviti,

perché uniti

non son tanto.

Tal fa canto,

c'ha da far pianto.

Chi non cura alcun santo,

gli vien da canto

un altro amanto,

che volge gli stati.

Quanti son ingannati,

che fanno pur aguati

di tòr gli altru' acquistati,

e po' scornati

son ne lor pensero!

Perché impero

non è sì altèro,

che nel cero

non abbia la coda.

Oda

chi va da proda:

l'aver d'altrui si snoda;

non è che qui si goda

in sempiterno;

chi c'è la state, non c'è 'l verno;

chi in paradiso e chi in inferno

vola;

e l'anima sola

quel che imbola

porti, se n'ha forza.

Meglio è ch'andar a l'orza

il vento in poppa.

Tallora intoppa

chi bee con coppa.

La fante zoppa

non fila meno stoppa

che la ritta.

Chi dà sconfitta,

gente in morte gitta,

ed è sepolta.

Ascolta:

ben macina 'l mulin c'ha buona còlta

e che di molta

roba è dentro pieno.

Il veleno

fa venir meno

signor terreno,

e Galieno

non val a tal opra.

Che val ch'uom si copra

o si discopra,

che pur superbia aopra,

e non mette in opra

se non vizio e sdegno?

Truova danar chi ha buon pegno.

Mal navica legno

sanza ingegno.

Or pensi chi tien signoria o regno,

e chi sanza ritegno

altru' martira,

che 'l Ciel vèr lui si gira

con sì grand'ira,

che fiamma spira

e verso lui la pigne;

e guardinsi le tigne,

le serpi e le cicigne

e chi guasta le vigne,

che le farfalle e' calabroni

e' dragoni

e' mosconi

e' leoni

con tutte le formiche

non si muovan a biche

a trar lor le vesciche.

Ben che tu pai truffa,

e' non ti terrà buffa

chi t'intenda; vanne, figliuola mia,

là dove gente sia,

e s'alcun fia,

che vilania

ti faccia,

acciò ch'ognuno il saccia,

truova 'l Pescione e fa che sanza lena

tra gli altri degni il metta ne la cena.