LXIV

By Giosue Carducci

Gelido il vento pe' lunghi e candidi

Intercolonnii ferìa, su tumuli

Di garzonetti e spose

Rabbrividian le rose

Sotto la pioggia, che, lenta, assidua,

Sottil, da un grigio cielo di maggio

Battea con faticoso

Metro il piano fangoso;

Quando, percossa d'un lieve tremito,

Ella il bel velo d'intorno a gli omeri

Raccolto al seno avvinse

E tutta a me si strinse:

Voluttuosa ne l'atto languido

Tra i gotici archi, quale tra' larici

Gentil palma volgente

Al nativo oriente.

Guardò serena per entro i lugubri

Luoghi di morte; levò la tenue

Fronte, pallida e bella,

Tra le floride anella

Che a l'agil collo scendendo incaute

Tutta di molle fulgor la irradiano:

E piovvemi nel cuore

Sguardi e accenti d'amore

Lunghi, soavi, profondi: eolia

Cetra non rese più dolci gemiti

Mai né sì molli spirti

Di Lesbo un dì tra i mirti.

Su i muti intanto marmi la serica

Vesta strisciava con legger sibilo,

Spargeanmi al viso i venti

Le sue chiome fluenti.

Non mai le tombe sì belle apparvero

A me ne i primi sogni di gloria.

Oh amor, solenne e forte

Come il suggel di morte!

Oh delibato fra i sospir trepidi

Su i cari labri fiore de l'anima

E intraviste ne' baci

Interminate paci!

Oh favolosi prati d'Elisio,

Pieni di cetre, ai ludi eroici

E del purpureo raggio

Di non fallace maggio,

Ove in disparte bisbigliando errano

(Né patto umano né destin ferreo

L'un da l'altra divelle)

I poeti e le belle!