LXIV.

By Giosue Carducci

Togliete, umana gente,

Togliete via le porte:

Io veggo a voi venirsene un potente

Che mena gloria ed ha vinto la morte.

Non sorge innanzi a lui suon di paura,

Non compianto di turba dolorosa:

Sì fagli festa tutta la natura

Adorna in vista di novella sposa.

Date il lauro immortal, date la rosa,

Fanciulle, in suo cammino,

Con la bianchezza del fior gelsomino.

Ecco, ei viene il re forte incoronato

Con segno di vittoria in mezzo a nui:

Fuggon dal volto suo morte e peccato,

Movon pace e salute ad un con lui.

Viene il signor che de' ribelli sui

In sé portò la pena,

E ne ricomperò con la sua vena.

Ei ne si fece nel dolor consorte,

E tolse i nostri pesi e tolse l'onte:

Stiè nera intorno a lui l'ombra di morte,

Né volse il padre al chiamar suo la fronte;

Quel dì che rimirando al sacro monte

Uscîr de' sepolcreti

I santi d'Israele ed i profeti.

Egli è l'Isacco del buon tempo antico

Che porge al ferro il bel collo gentile,

E guarda il percussor con volto amico,

E gli si atterra semplice ed umìle:

Né il tien pietà del suo fior giovenile

Né de la fine amara

Né de gli amplessi de la madre Sara.

Ed or la morte sua testimoniando

Qui seco trae la diva umanitade,

Tutto di gioia intorno irradiando

Sì come sole ch'ogni nebbia rade;

E gli alberghi del pianto e le contrade

Ove mortale è il lume

Ei conforta del suo presente nume.

A lui ne' regni de la sua vittoria

Reggia s'estolle d'artificio mira:

Cingelo come nube la sua gloria,

E molto amore angelico lo gira.

Voli dal loco ove il dolor sospira

E vive morte e regna,

Voli il mio canto a lui che sí ne degna:

E gli appresenti il duol de la sua gente

Che dal ben dilungata al ben desia,

Come cerva per sete a rio corrente,

Come augel preso a l'aere natia.

Ei da la spera che più in lui s'indìa

Mandi benigno un raggio

A chi più affanna ed erra in suo viaggio.

Levate, umana gente,

Levate su le voglie

E i petti casti a questo re clemente

Che quale a lui si volga in fede accoglie.