LXIX

By Francesco Beccuti

Standomi sol co' miei pensieri un giorno,

cose vedea maravigliose e tante

che non può lingua raccontarle a pieno.

Caro armellin, di sua bianchezza adorno,

sì leggiadro e gentil m'apparve innante,

ch'io n'ebbi 'l cor d'alta vaghezza pieno;

ma poi, come baleno,

m'uscì di vista, ed io, tenendo intese

le luci mie per le belle orme invano,

un cacciator villano

di fango il cinse e con tal arte il prese,

onde pietade e sdegno il cuor m'accese.

Non molto dopo agli occhi miei s'offerse

dolce, amoroso, candido colombo,

né tale il carro a la sua dea sostenne.

Dal ciel, ove le nubi eran disperse,

quasi un angel calar vedeasi a piombo

e fender l'aria senza muover penne;

da traverso poi venne

grifagno augello e di rapina ingordo,

e seco trasse l'innocente e puro

col fiero artiglio e duro

ch'era di furti e d'altre macchie lordo:

e sospiro qualor me ne ricordo.

Sì dilettoso e vago colle ameno

non vide forse mai Cipro né Cinto,

quanto quel ch'io mirai mentre al ciel piacque:

quivi era più che altrove il ciel sereno,

quivi il terren più verde e più dipinto,

l'aura più dolce e più soavi l'acque;

onde nel cuor mi nacque

alto disio di farvi albergo eterno;

e 'l piè fermai; ma fu 'l pensier mal saggio,

ché quel fiorito maggio

tosto cangiossi in tristo, orrido verno,

dove continua pioggia ancor discerno.

Felice pianta in quel medesmo colle

fu trasportata e, col favor del loco,

di picciol tronco al ciel s'andava alzando.

Quando 'l sole ha più forza e 'l terren bolle,

chi s'appressava a la dolce ombra un poco

ponea la noia e la stanchezza in bando:

ivi s'udia cantando

Febo, scordato del suo lauro verde,

tesser d'olmo ghirlande a le sue chiome.

Ed ecco, io non so come,

riman negletta e la vaghezza perde

e serba a pena del suo ceppo 'l verde.

Fuor d'un bosco sacrato e verde sempre,

lasciando 'l nido, ove pur nacque dianzi,

pargoletto leone uscia veloce:

quell'età par ch'ogni fierezza tempre:

e con questo pensier gli corsi innanzi

ed umano 'l trovai più che feroce;

ma 'l troppo ardir poi noce,

perché, seco scherzando, in un momento

s'infiammò d'ira e con turbato aspetto

squarciommi i panni e 'l petto;

e partissi da me poi lento lento,

tal che solo a pensarvi ancor pavento.

D'oro sparso e di gemme alfine io scòrsi

purpureo letto ove dormia soave

giovane illustre, di ferir già stanco:

ivi con l'occhio e col pensier discorsi

bellezze che sembianti il ciel non have,

ch'a ricontarle ogni bel dir vien manco;

ma sovra l'omer bianco

volâr faville dal mio petto acceso

per quel signor che 'l mondo accende e sforza;

così, desto per forza,

via sen volò da la mia vista offeso;

io restai cieco e ne' suoi lacci preso.

Canzon mia, se di questo,

al tristo avviso, fui mesto e dolente,

che fia, poi che 'l mio danno è già presente?