LXIX

By Giosue Carducci

Benigno è il sol; de gli uomini al lavoro

Soccorre e allegro l'ama:

Per lui curva la vasta mèsse d'oro

Freme e la falce chiama.

Egli alto ride al vomero che splende

In tra le brune zolle

Umido, mentre il bue lento discende

Il risolcato colle.

Sotto il velo de' pampini i gemmanti

Grappoli infiamma e indora,

E a gli ebri de l'autunno ultimi canti

Mesto sorride ancora.

Egli de la città fra i neri tetti

Un suo raggio disvia,

E a la fanciulla va che i giovinetti

Dì nel lavoro oblia,

E una canzon di primavera e amore

Le consiglia; a lei balza

Il petto, e ne la luce il canto e il cuore,

Come lodola, inalza.

Ma tu, luna, abbellir godi co 'l raggio

Le ruine ed i lutti;

Maturar nel fantastico viaggio

Non sai né fior né frutti.

Dove la fame al buio s'addormenta,

Tu per le impòste vane

Entri e la svegli, a ciò che il freddo senta

E pensi a la dimane.

Poi su le guglie gotiche ti adorni

Di lattei languori,

E civetti a' poeti perdigiorni

E a' disutili amori.

Poi scendi in camposanto: ivi rinfreschi

Pomposa il lume stanco,

E vieni in gara con le tibie e i teschi

Di baglior freddo e bianco.

Odio la faccia tua stupida e tonda,

L'inamidata cotta,

Monacella lasciva ed infeconda,

Celeste päolotta.