LXV – Chiabrera

By Giacomo Leopardi

Voi del tirreno mar lunge spingete

I predatori infidi;

E ne' golfi sicuri

De l'imperio ottoman voi gli spegnete.

L'Egeo sel sa, che d'Alessandria scerse

Dianzi ululare i lidi,

Quando in ceppi sì duri

Poneste il piè de le gran turbe avverse,

E sotto giogo acerbo

Il duce lor superbo.

Oh lui ben lasso! oh lui dolente a morte!

Che in region remote

Non più vedrassi intorno

L'alma beltà de la gentil consorte.

Ella, in pensar, piena di ghiaccio il core,

Umida ambo le gote,

Alto piangeva un giorno

Il tardo ritornar del suo signore:

E così la nudrice

Parlava a l'infelice.

Perché t'affliggi in van? l'angoscia affrena:

A che tanti martiri?

Deh fa ch'io tra' bei rai

La cara fronte tua miri serena.

Distrugge i re Cristian, però non riede

Il signor che desiri.

Ma comparte oggimai

Tra' suoi forti guerrier le fatte prede;

E serba a tue bellezze

Le più scelte ricchezze.

Così dicea: né divinava come

Egli era infra catene

Là ve con spessi accenti

Mandasi al ciel di Ferdinando il nome.

O verdi poggi di Firenze egregia,

O belle aure tirrene,

Ed o rivi lucenti;

Sì caro nome a gran ragion si pregia:

O lieti a gran ragione,

Gli tessete corone.

Che più bramar da la bontà superna

Tra sue grazie divine,

Salvo che giù nel mondo

Sia giustizia e pietate in chi governa?

Io non apprezzo soggiogato impero,

Benché d'ampio confine,

Se chi ne regge il pondo

È di tesor, non di virtude, altero:

Ambizione è rea:

Vero valor ci bea.