LXV – Chiabrera
Voi del tirreno mar lunge spingete
I predatori infidi;
E ne' golfi sicuri
De l'imperio ottoman voi gli spegnete.
L'Egeo sel sa, che d'Alessandria scerse
Dianzi ululare i lidi,
Quando in ceppi sì duri
Poneste il piè de le gran turbe avverse,
E sotto giogo acerbo
Il duce lor superbo.
Oh lui ben lasso! oh lui dolente a morte!
Che in region remote
Non più vedrassi intorno
L'alma beltà de la gentil consorte.
Ella, in pensar, piena di ghiaccio il core,
Umida ambo le gote,
Alto piangeva un giorno
Il tardo ritornar del suo signore:
E così la nudrice
Parlava a l'infelice.
Perché t'affliggi in van? l'angoscia affrena:
A che tanti martiri?
Deh fa ch'io tra' bei rai
La cara fronte tua miri serena.
Distrugge i re Cristian, però non riede
Il signor che desiri.
Ma comparte oggimai
Tra' suoi forti guerrier le fatte prede;
E serba a tue bellezze
Le più scelte ricchezze.
Così dicea: né divinava come
Egli era infra catene
Là ve con spessi accenti
Mandasi al ciel di Ferdinando il nome.
O verdi poggi di Firenze egregia,
O belle aure tirrene,
Ed o rivi lucenti;
Sì caro nome a gran ragion si pregia:
O lieti a gran ragione,
Gli tessete corone.
Che più bramar da la bontà superna
Tra sue grazie divine,
Salvo che giù nel mondo
Sia giustizia e pietate in chi governa?
Io non apprezzo soggiogato impero,
Benché d'ampio confine,
Se chi ne regge il pondo
È di tesor, non di virtude, altero:
Ambizione è rea:
Vero valor ci bea.