LXV
Padre, a me più che gli altri reverendo
che son reverendissimi chiamati,
e la lor reverenzia io non l'intendo;
padre, reputazion di quanti frati
ha oggi il mondo e quanti n'ebbe mai,
fin a que' goffi de gli Inghiesuati;
che fate voi da poi che vi lasciai
con quel di chi noi siam tanto divoti,
che non è donna e me ne inamorai?
Io dico Michel Agnol Buonarroti,
che quand'i' 'l veggio mi vien fantasia
d'ardergli incenso ed attaccargli voti;
e credo che sarebbe opra più pia
che farsi bigia o bianca una giornea,
quand'un guarisse d'una malattia.
Costui cred'io che sia la propria idea
della scultura e dell'architettura,
come della giustizia mona Astrea,
e chi volesse fare una figura
che le rapresentasse ambe due bene,
credo che faria lui per forza pura.
Poi voi sapete quanto egli è da bene,
com'ha giudicio, ingegno e discrezione,
come conosce il vero, il bello e 'l bene.
Ho visto qualche sua composizione:
son ignorante, e pur direi d'avélle
lette tutte nel mezzo di Platone;
sì ch'egli è nuovo Apollo e nuovo Apelle:
tacete unquanco, pallide viole
e liquidi cristalli e fiere snelle:
e' dice cose e voi dite parole.
Così, moderni voi scarpellatori
et anche antichi, andate tutti al sole;
e da voi, padre reverendo, in fuori
chiunque vòle il mestier vostro fare,
venda più presto alle donne e colori.
Voi solo appresso a lui potete stare,
e non senza ragion, sì ben v'appaia
amicizia individua e singulare.
Bisognerebbe aver quella caldaia,
dove il socero suo Medea rifrisse
per cavarlo de man della vecchiaia,
o fosse viva la donna di Ulisse,
per farvi tutti doi ringiovenire
e viver più che già Titon non visse.
Ad ogni modo è disonesto a dire
che voi, che fate e legni e' sassi vivi
abbiate poi come asini a morire:
basta che vivon le quercie e gli ulivi
e' corbi e le cornacchie e' cervi e' cani
e mille animalacci più cattivi.
Ma questi son ragionamenti vani,
però lasciàngli andar, ché non si dica
che noi siam mamalucchi o luterani.
Pregovi, padre, non vi sia fatica
raccomandarmi a Michel Agnol mio
e la memoria sua tenermi amica.
Se vi par, anche dite al papa ch'io
son qui e l'amo e osservo e adoro,
come padrone e vicario di Dio;
et un tratto ch'andiate in concistoro,
che vi sian congregati e cardinali,
dite “a Dio” da mia parte a tre di loro.
Per discrezion voi intenderete quali,
non vo' che mi diciate: “Tu mi secchi”;
poi le son cerimonie generali.
Direte a monsignor de' Carnesecchi
ch'io non gli ho invidia de quelle sue scritte,
né de color che gli tolgon li orecchi;
ho ben martel di quelle zucche fritte,
che mangiammo con lui l'anno passato:
quelle mi stanno ancor ne gli occhi fitte!
Fatemi, padre, ancor raccomandato
al virtuoso Molza gaglioffaccio,
che m'ha senza ragion dimenticato;
senza lui parmi d'esser senza un braccio:
ogni dì qualche lettera gli scrivo
e perché l'è plebea da poi la straccio.
Del suo signor e mio, ch'io non servivo,
or servo e servirò presso e lontano,
ditegli che mi tenga in grazia vivo.
Voi lavorate poco e state sano:
non vi paia ritrar bello ogni faccia;
a Dio, caro mio padre fra Bastiano,
a rivederci ad Ostia a prima laccia.