LXV.
Te, fratel, piango, e piango de la bruna
Tua giornata l'occaso, che seduto
Ne le stanze paterne al cor più sento.
Lenta sale pe 'l freddo aere la luna,
E largamente il cielo inalba, e il muto
Colle riveste e 'l nudo pian d'argento:
Per li verdi oliveti infuria il vento
Profondo, e intorno ogni animal si tace.
Nel riso e nel tepor di primavera,
Tristo cor mio, qual era
Di questi luoghi la serena pace!
Qual fu a vederlo con ardor virile
Ruotare in breve giro agil destriero
E disserrarlo per l'aperto campo!
Gli occhi suoi mesti allor metteano un lampo,
Correa co' freschi venti il suo pensiero
De l'anno e de l'età nel dolce aprile;
Qualche sguardo il seguia, qualche gentile
Saluto; e forse ombra invocata i rotti
Sogni allietava a le virginee notti.
Lasso! ma in groppa gli sedea la cura
Negra, e stridea la vision di morte
Pur circa lui con fredda ombra volante;
E per i lieti campi a la pianura
E i monti aprici e la foresta forte
Istimolava il destriero anelante.
Poi là seduto ove di fosche piante
Lunga si protendea l'ombra, tacendo
La terra e l'azzurrino aer d'intorno,
Co 'l bello estivo giorno
Che roseo nel ponente iva morendo
Pianse l'error suo vago che a l'etade
L'abbandonava; e l'anima inquieta
Desiando fermò ne le supreme
Paci anzi tempo. O giovinetto, e speme
Niuna a te avanza altro che morte? pièta
De gli anni tuoi da le funeree strade
Non ti richiama? ahi, ahi, né caritade
De' pii parenti ti favella al core,
Né ride al fuggitivo animo amore?
Pietà, speranza, amor, tu con feroce
Voglia dal cuor che mercé pur chiamava
(Deh quanta doglia fu la tua!) schiantasti;
E, atteso e fermo a la funerea voce
Che il disinganno a l'anima ululava
Qual vento a notte per deserti vasti
Refugio a la fatale ira invocasti
Unico il ferro. Oh, a chi nel raggio aurato
Vegga maligne ombre vaganti e vuoto
Il divo cielo e immoto
Su 'l capo faticoso urgere il fato
Che al dolore a la pena al male addice
Lui de la vita incurioso e ignaro,
Qua giù che resta omai? Ne l'innocente
Mano il ferro adattando e lungamente
Meditando amoroso il colpo amaro,
Ti sacrasti a la morte. E di felice
Vita fioria natura, e la pendice
Suonava a' canti e ridea 'l piano al sole,
Quando dicesti l'ultime parole.
– A me luce non più, non più 'l tuo riso,
O aureo sole. Io violento i fati
Ecco sforzo, e rifuggo ombra sotterra.
O altissima quiete ove diviso
Poserò d'ogni cura, o interminati
Silenzi e pace dopo vana guerra!
Pur se' gioconda a rimirare, o terra!
Pur bello, o sol, sei tu! Natura in festa
Come a rege a te s'orna; e d'un concento
Ineffabile io sento
Spirar le selve, che 'l tuo lume desta
Dolce fulgente. E tu, tu gli amorosi
Congressi illustri e la fraterna clade
Miri ed aiuti, imperturbato, eguale?
Ed or m'arridi in fronte, e su 'l letale
Ferro che a me volente il petto invade
Serenamente il vivo raggio posi.
Lusinghi tu de' primi anni gli ascosi
Ricordi, e di gioir versi il desio
In questo petto morituro mio?
Oh cari tempi ch'io te coruscante
Vedea su 'l mare; e fremea vasta l'onda
Riscintillando, e bianco ardeva il cielo!
Né aspetto d'uomo od opra umana avante
Erami; ed io per entro la profonda
Luce correva a l'alta vista anelo:
Meco era l'error mio che un roseo velo
Induceva a le cose. Oh, chi l'ha tolto
A me? chi m'ha l'infausta vita appreso?
Entro il mio sangue steso
Me in freddo orror per la mia man disciolto
Reduce, o sol, vedrai. Fumi in conspetto
Di lei ch'è al gener nostro empia madrigna
Il sangue giovenil: contaminando
De' miei parenti il viso, esso il nefando
Vivere attesti; e, lunge a la maligna
Forza ch'a le sue man del mondo ha stretto
Il fren, su l'ale de la morte eretto
Fuga lo spirto ove non più si pate
E di man di tiranni a libertate.
Grave durar la vita ed a baldanza
De i duri umani, io non codardo? e quello
Che largo a' bruti e libero propose
Natura, a l'uom chiedere in vano? A stanza
Sì vil chi mi dannò? ... Del mio novello
Tempo il vigile tedio atre angosciose
L'ore misura, e le future cose,
Tanto ch'a imaginar disdegno e tremo,
M'affrontan mute orribilmente in vista.
O lassa anima trista,
O giovinezza mia stanca, morremo
Qual peregrin che va per nova via
Tra genti liete ei mesto, e quelle intorno
Agitan festa, ragguarda egli e passa
Pur dolorando, e meraviglia lassa
Di suoi sembianti, onde al cader del giorno
Di lui sospira alcuna anima pia;
Tale io passo al mio fin, tale a la mia
Meta son giunto. A me chi guarda? a cui
Del mio passar dorrà?... Che monta? Io fui. –
Disse: e geloso custodì nel core,
Nel cor vivente ei custodì la morte,
Come di cara donna il primo detto:
E non domestic'uso e non amore
Ne la deliberata anima forte
Valse l'orma a spiar del diro affetto.
Come, ahi come a te il cor bastò, l'aspetto
Come ti resse, che non tinto e bianco
Del futuro destino e non in tristi
Sembianti ma venisti
Nel conspetto de' tuoi securo e franco?
Certo, fero garzon, certo evitasti
Il riso ne' materni occhi tremante;
E solitario ne la notte inferna
Rifuggìasi il tuo sguardo. Ecco, e l'interna
Larva già fuor di te sorge e d'avante
Sgombra le care viste e i pensier casti.
Ma dal suol che di tue vene bagnasti
La mente aborre, e teco dolorosa
Ne la pace postrema si riposa.
Salve: o che più sereno aer tu miri
Poi che di Lete infuso a le bell'acque
Dal rio dormente i dolci oblii bevesti,
O ver che giovinetta ombra t'aggiri
Tra i magnanimi antichi a cui non spiacque
I giorni ricusare ignavi e mesti,
O che tu vaghi ancor sotto i celesti
Templi solingo ed a me intorno voli
Entro quest'aura che gemendo spira,
Salve, o fratello, e mira
I tristi giorni miei come van soli.
Ben io vivrò; ché a me l'anima avvinta
Di più tenace creta ha la natura,
E officio forse e carità il suade:
Ma, se dal cor profondo unqua mi cade
La dolce imagin tua triste e secura,
Giaccia la vita mia d'infamia cinta.
Sii meco eterno; e nel tuo sangue tinta
Del verso vibrerò l'alta saetta
A far del mondo reo dolce vendetta.