LXVI.

By Giosue Carducci

Quando l'aspro fratel di Cinegira

Ne la sonante scena

Trasse vestita d'ardue forme l'ira

Che propugnò la libertade ellena,

Marte, che lui spingea tra i dardi avversi

Su gl'incalzati Persi,

Spirò guerra; e fremean guerra, ascoltando.

Quei che operaro in Salamina il brando.

E tu vedesti, o diva Atene, i padri

De' guerrier trionfati

Nel futuro dolor pensosi ed adri

Gemer da' figli deprecando i fati,

Neri presagi ombrar con foschi vanni

Le sale de' tiranni,

E da la mira vision percossa

Svegliar ne l'urne ombre di regi Atossa.

Quinci il sepolto Dario a l'aure uscia

Da la livida sponda,

E nel pianto de' servi il rege udia

La vittoria de' liberi seconda;

Udia ne' passi de la fuga volto

Il figlio imbelle e stolto,

E sonar alto da l'egea marina

Il fragor de la persica ruina.

Deh, che fremito errò di petto in petto

Quando il cacciato Serse,

Gentil città d'Armodio, in tuo conspetto

Narrò gli ancisi prenci e le riverse

Caterve e rotti di sua forza i nervi,

E a gli ululanti servi

Mostrò campate a l'infinita clade

Sol la faretra e sua regal viltade!

Tale a la prole achea gli ozi felici

Di canti Eschilo ornava

Se l'Egeo, detestata onda a' nemici

Altier de' vinti re lui rimandava.

Ma pria tra la falange ispida e vasta

Infuriò con l'asta;

E, come de l'Olimpo aquila o d'Ato

Piomba tra 'l folgorar del cielo, armato

Cotal su i mille e mille egli irrompea

Fuga spargendo e morte;

Fera coppia fraterna, al fianco avea

L'atroce Cinegira e Aminia il forte.

Né de le tibie flebili o del canto

Ozio si fece e vanto;

Ma dal funereo sasso ei Maratone

Ricorda, e tace le febee corone.

Fu pugna e sfida contro i fati ardita,

Fu clamor di trofei

D'Eschilo l'arte; e sgorga da la vita

E refluisce vita a' petti achei.

Non dispetto infingardo o steril ira

Né solitudin dira

Cinge il vate; ma luce ampia ma polve

E frequenza di popolo l'avvolve.

Te, vate nostro, a' rei secoli dato

Quando vita n'è spenta,

Te premea reluttante il grave fato

Giù nel silenzio a l'aer putre e lenta.

Te, non furor di libera coorte

Che consacra a la morte

Con quel de' regi il capo suo, né grido

Di vittoria che introna il patrio lido,

Ma lamentar di giovini cadenti

Su la terra pugnata

E tra i cavalli barbari accorrenti

Cupo fremir di libertà calcata,

Spirava. E in te nostr'ultimo dolore

Alcun vendicatore

S'ebbe, e de gli oppressori al gener vario

Procida minacciasti, Arnaldo e Mario.

Or d'onde, o sacro veglio, è in te possanza

Tal che di vivi sdegni

Armi antiche memorie e la speranza

A noi disfatte e mute anime insegni?

Dunque l'eterna mente ancora è pia

A questa patria mia,

Che pur tu duri in contro al fato ostile

Cantor d'Italia a la stagion servile?

E quando più da peregrino impero

L'alta regina è stretta

Tu affatichi il senile estro e il pensiero

Dietro l'imago de la gran vendetta?

Ben venga Mario che del gener reo

Porta il roman trofeo

E nel cor de' romulei nepoti

Aderge le speranze e infiamma i voti!

Ché, se il figliuol d'Euforion traea

Melpomene pensosa

Ad inneggiar la libertade achea

Sedente su lo scudo e gloriosa,

Non è lode minor, s'io ben riguardo,

Or che l'uso codardo

Fuor de la vita i sacri ingegni serra,

Al men co'l verso guerreggiar la guerra.

Or, poi ch'altro n'è tolto, or guerra indica

Da' teatri la musa;

Gitti il flauto dolente, e la lorica

Stringa, ed a l'aste dia la man già usa.

Quinci altera virtù ne' nuovi petti

Bevano i giovinetti:

Qui la virile età l'ardir prepari,

E che sia patria l'util plebe impari.

E a te, che in vecchie membra alma possente

I tardi ozi ne scuoti,

Qual serba premio, o buon, l'età presente?

Quale i figli crescenti ed i nepoti?

O petto di virtude albergo saldo,

O man che scrisse Arnaldo,

Chi a' miei baci vi porge? una corona

A questo bianco capo oh chi la dona?

Ben io nel gaudio d'un futuro giorno,

Che il ciel mi disasconde,

Veggo popolo molto a un marmo intorno

Incoronarlo di civili fronde:

Quel giorno appo una tomba, italo vate,

Da l'alpi al fin serrate

A le verdi tornando etrusche valli,

Scalpiteranno gl'itali cavalli.