LXVI

By Giusto de' Conti

Quanto posso m'ingegno trar d'affanni

Quest'alma, che nudrita in pene e in doglie,

Fra misere speranze et crude voglie

Ha consumato suspirando gli anni.

Posson poi tanto in lei gli dolci inganni

Dei due begli occhi, ove il mio ben s'accoglie,

Che quanto più mi sforzo, men si scioglie

Dal crudel laccio, et più segue i suoi danni.

Qual Circe, o qual Sirena, o qual Medusa,

Con erbe, o canto, o venenoso sguardo,

M'ha trasformato dalla forma vera?

Et m'ha la mente sì d'error confusa

Per un caldo disio, donde io sempre ardo,

Che l'alma ceca sempre teme et spera?