LXVII – Chiabrera
Cosmo, sì lungo stuol, lieto in sembianza,
Che a' tuoi piedi s'atterra, oggi dal seno,
Perché franco lo fai, letizia spande.
Ei dee ben conservar la rimembranza
Di questo giorno: e tu di lui non meno:
Ché quante volte in terra anima grande
Felicità comparte
D'assomigliarsi a Dio ritrova l'arte.
Sforza dunque, o mio re, l'alto pensiero.
Onde gli scettri tuoi splendono chiari.
So che di torri e di mura eccelse
È forte quel che tu governi impero,
O guardi l'Alpi, o pur difenda i mari:
So che i suoi nidi in lui Cerere scelse;
E che le genti industri
Son di Minerva ne le scuole illustri.
Ma, contrastati, se ne van repente
Tai pregi al vento. Ecco la terra argiva
Langue tra' ceppi, e di catene è carca.
E de l'aspro Quirin l'inclita gente,
Quando di palme eterne alma fioriva,
Calpestando superba ogni monarca;
Trionfò tanto e vinse
Perché la spada infaticabil cinse.
Dannata vista, e di mirarsi indegna,
Gioventù che di gemme orni le dita,
Che increspi il crine, e che di nardo odori.
Ell'hassi da mirar sotto l'insegna,
Che scotendo cimier, minacci ardita,
Che da lo sguardo fier versi furori,
E che d'onor ben vaga,
Esponga il petto a memorabil piaga.