LXVIII. AMOR VERGOGNOSO.
Pudor, virtude incomoda;
Pudor, virtude ingrata,
Da colpa (ahi turpe origine!)
E da rimorso nata;
Pudor, che all'uom contamini
I più soavi affetti,
Onde in amaro aconito
Si cangiano i diletti;
Perchè d'un desir tenero
La libertà ci vieti?
Perchè sul volto pingere
Dell'anima i segreti?
La giovinetta Fillide
Ecco d'amor languisce;
Tace; ma invan: la misera
Il suo rossor tradisce.
Tirsi da lungi inoltrasi,
Tirsi per cui si strugge:
Fille mirando infiammasi,
E palpitando fugge.
Il non previsto e subito
Cangiar del suo sembiante
Potría l'occulto incendio
Svelar dell'alma amante.
Calma ella dunque i fremiti
Del vinto cor smarrito,
Pria che gli sguardi attendere
Del vincitor gradito.
Corregga al rivo argenteo
Del biondo crin gli errori,
Il colmo petto adornino
Più ben disposti i fiori:
Del sottil velo emendisi
La trascorrente piega,
Che troppo al guardo cupido
La via contende e nega:
Ancor nell'artificio
La negligenza piace;
La più schiva modestia
L'approva anch'essa e tace:
E mentre in mezzo all'opera
Tutto le bolle il core,
Conduce egli medesimo
La man tremante Amore.
Bella così per semplice
Vezzo che l'arte aíta,
Bella nel suo disordine
Che agli ardimenti invita;
E per mostrarsi amabile
Al pastorel che adora,
E per desío di vincerlo,
Assai più bella ancora;
Irresoluta, ambigua
Infra speranza e tema,
L'innamorata vergine
Alfin s'appressa e trema.
Vacilla il cor, s'offuscano
Le luci, e manca il piede:
Tutta è ne' sensi attonita,
E dove sia non vede.
Al caro viso il timido
Sguardo levar non osa,
O a mezzo sguardo arrestasi
Incerta e vergognosa.
Chiesta, arrossisce e tacesi;
E se parlar pur vuole,
Il turbamento soffoca
Sul labbro le parole:
Troppo sconvolta è l'anima,
Troppo il timor la punge:
Ma il freno ai guardi allentasi,
Quando il garzon va lunge.
Fido il suo cor lo séguita;
E dove ei l'orme impresse,
Ivi i bei rai s'affissano;
E calca l'orme istesse.
Poi quando agli occhi estatici
Alfin distanza il toglie,
In mesta solitudine
Lo spirto e il cor raccoglie.
Ivi al pensier raddoppiasi
Il già gustato incanto:
Tutta di lui s'inebria
E s'abbandona al pianto.
Fra quelle dolci lagrime
Va ripetendo in mente
I cari detti, e scorrere
Su l'alma il suon ne sente;
Il gesto ne rammemora,
L'andar, lo starsi, il loco:
Ogni più lieve immagine
Nel cor le versa il foco.
Ed un desío incognito
La morde intanto e preme:
Vorrìa confusa intenderlo,
E intenderlo pur teme.
Ahi, che farà? Nell'anima
Furtivo Amor le dice:
— Parla una volta, o semplice,
Parla; e sarai felice. —
Ma consiglier contrario,
— Taci, Pudor le grida,
Taci; e il desío nascondasi,
Che a vaneggiar ti guida:
O de' pastor ludibrio
N'andrai mostrata a dito,
Rossa le guance ed umida
Di pianto inesaudito. —
Ahi, che farà? Le straziano
Due gran rivali il core:
Ella è innocente, e l'emulo
Più forte è il suo pudore.
Ma che? le gote esprimono
L'ardor che il labbro occulta,
Nè molto andrà l'ingiuria
Di quel silenzio inulta.
Tirsi ed Amor congiurano
Ambo d'accordo; e Fille
Taccia, se vuol: parlarono
Assai le sue pupille.