LXVIII. AMOR VERGOGNOSO.

By Vincenzo Monti

Pudor, virtude incomoda;

Pudor, virtude ingrata,

Da colpa (ahi turpe origine!)

E da rimorso nata;

Pudor, che all'uom contamini

I più soavi affetti,

Onde in amaro aconito

Si cangiano i diletti;

Perchè d'un desir tenero

La libertà ci vieti?

Perchè sul volto pingere

Dell'anima i segreti?

La giovinetta Fillide

Ecco d'amor languisce;

Tace; ma invan: la misera

Il suo rossor tradisce.

Tirsi da lungi inoltrasi,

Tirsi per cui si strugge:

Fille mirando infiammasi,

E palpitando fugge.

Il non previsto e subito

Cangiar del suo sembiante

Potría l'occulto incendio

Svelar dell'alma amante.

Calma ella dunque i fremiti

Del vinto cor smarrito,

Pria che gli sguardi attendere

Del vincitor gradito.

Corregga al rivo argenteo

Del biondo crin gli errori,

Il colmo petto adornino

Più ben disposti i fiori:

Del sottil velo emendisi

La trascorrente piega,

Che troppo al guardo cupido

La via contende e nega:

Ancor nell'artificio

La negligenza piace;

La più schiva modestia

L'approva anch'essa e tace:

E mentre in mezzo all'opera

Tutto le bolle il core,

Conduce egli medesimo

La man tremante Amore.

Bella così per semplice

Vezzo che l'arte aíta,

Bella nel suo disordine

Che agli ardimenti invita;

E per mostrarsi amabile

Al pastorel che adora,

E per desío di vincerlo,

Assai più bella ancora;

Irresoluta, ambigua

Infra speranza e tema,

L'innamorata vergine

Alfin s'appressa e trema.

Vacilla il cor, s'offuscano

Le luci, e manca il piede:

Tutta è ne' sensi attonita,

E dove sia non vede.

Al caro viso il timido

Sguardo levar non osa,

O a mezzo sguardo arrestasi

Incerta e vergognosa.

Chiesta, arrossisce e tacesi;

E se parlar pur vuole,

Il turbamento soffoca

Sul labbro le parole:

Troppo sconvolta è l'anima,

Troppo il timor la punge:

Ma il freno ai guardi allentasi,

Quando il garzon va lunge.

Fido il suo cor lo séguita;

E dove ei l'orme impresse,

Ivi i bei rai s'affissano;

E calca l'orme istesse.

Poi quando agli occhi estatici

Alfin distanza il toglie,

In mesta solitudine

Lo spirto e il cor raccoglie.

Ivi al pensier raddoppiasi

Il già gustato incanto:

Tutta di lui s'inebria

E s'abbandona al pianto.

Fra quelle dolci lagrime

Va ripetendo in mente

I cari detti, e scorrere

Su l'alma il suon ne sente;

Il gesto ne rammemora,

L'andar, lo starsi, il loco:

Ogni più lieve immagine

Nel cor le versa il foco.

Ed un desío incognito

La morde intanto e preme:

Vorrìa confusa intenderlo,

E intenderlo pur teme.

Ahi, che farà? Nell'anima

Furtivo Amor le dice:

— Parla una volta, o semplice,

Parla; e sarai felice. —

Ma consiglier contrario,

— Taci, Pudor le grida,

Taci; e il desío nascondasi,

Che a vaneggiar ti guida:

O de' pastor ludibrio

N'andrai mostrata a dito,

Rossa le guance ed umida

Di pianto inesaudito. —

Ahi, che farà? Le straziano

Due gran rivali il core:

Ella è innocente, e l'emulo

Più forte è il suo pudore.

Ma che? le gote esprimono

L'ardor che il labbro occulta,

Nè molto andrà l'ingiuria

Di quel silenzio inulta.

Tirsi ed Amor congiurano

Ambo d'accordo; e Fille

Taccia, se vuol: parlarono

Assai le sue pupille.