LXVIII – Chiabrera

By Giacomo Leopardi

Deh qual mi fia concesso

Stil di tanto dolore,

Onde accompagni il core

Ne l'alta angoscia oppresso?

O Febo, o re dell'immortal Permesso,

Se v'ha musa pietosa

Ch'ove morte ne fura

Anima gloriosa,

Usi di lagrimar l'aspra ventura;

Ella dal ciel discenda,

E meco a pianger prenda.

Lasci la bella luce

La bella Diva; e mesta

Rechi cetra funesta:

Poi che morte n'adduce

A lamentar de'Colonnesi il duce;

Nobile pianta altera,

Svelta da' nembi e doma

Sul fior di primavera;

Forte sostegno e rocca alta di Roma,

Folgoreggiata a terra

Con lagrimevol guerra.

O nato in lieta sorte,

Di genitor felici;

Come tristi, infelici

Corser tuoi giorni a morte!

Fervida destra, coraggioso e forte

Sangue di stirpe antica,

Sempre di schiere armate,

Sempre di pugne amica;

Già non dovea su la più verde etate

Dura morte involarte

Senza prova di Marte.

Ahi, che se a te più lente

Giungean l'ore del pianto,

Forse perdea suo vanto

Un dì l'empio Oriente!

Ma dove il suo ferir vien più dolente,

Morte colà più punge,

E più gli strali ha pronti.

Così, d'Italia lunge,

O bell'alba d'Italia, ora tramonti;

E si vien teco a meno

Tanto del suo sereno.

Cruda, barbara scola

Ch'altrui biasma i sospiri,

O s'altri i suoi martiri

Col lagrimar consola.

A me non scenda in cor sì ria parola:

Ché dolce è far querele

Colà dove n'offese

Dura morte crudele;

Ed è di nobil core atto cortese

Dare amorosi accenti

A le più chiare genti.

Certo s'alma è fra noi

Del tuo morir men pia,

Certo, o Fabrizio, obblia

I tuoi sì chiari eroi.

Ma vide in armi pria Ravenna, e poi

Vide Adice in periglio

Se de la vostra gloria

Per forza e per consiglio

Deggia Italia tener breve memoria;

O anime reine

De le virtù latine.

Stan lungo d'Ambro i lidi

Di Prospero gli allori,

Mille armati sudori,

Mille onorati gridi:

E poco dianzi in Campidoglio io vidi

Nuovi titoli egregi;

E giù da' nobili archi,

Scorno a' barbari regi,

Prender faretre insanguinate ed archi,

E mille spoglie appese

Al più gran Colonnese.

Caro, giocondo giorno

Quando a l'amiche voci,

Quando a i bronzi feroci

Tonava il cielo intorno;

E d'auree gemme e di ghirlande adorno,

Su candido destriero,

Trionfator romano

Traea sua pompa altero

A la reggia di Pietro in Vaticano:

Dolce pompa a mirarsi,

E dolce ad ascoltarsi.

Allor tu pargoletto,

Emulator paterno,

D'alto valor eterno

Tutto infiammasti il petto.

Ma morte il tuo valor prese in dispetto.

Dunque a la patria riva

Gente barbara e strana

Non condurrai cattiva.

Oh conversa in dolor gioia romana!

Oh glorie, oh nostri vanti

Fatti querele e pianti!