LXX
A l' infermo mio cor, che langue, e brama
Voi, Donna, e fuor di voi non ha riposo,
Già non v' asconde Amore,
Ch' ove l' occhio non giunge, il pensier chiama,
Quasi a suo fin celeste, e glorioso,
Et ei dal petto a voi rivolge ardito,
Qual da prigione uscito
Fuggitivo felice, il suo camino,
Né del mio fier destino
Avien che ceda al duro imperio, e grave,
Che 'n lui, ch' è vostro, ei signoria non have;
Quei sciolto da le leggi onde me stringe
Acerbo fato, a voi si ricongiunge,
Né fuor d' arco va strale
Sì lieve allor, che forte man lo spinge,
Com' ei, mentre 'l desio l' affretta e punge,
Spiega a l' aure d' amor veloci l' ale,
E dietro a lui deh quale
Misera turba di pensier dolenti,
Di sospir, di lamenti,
Qual fume sorge d' alta fiamma, e cresce,
Dal mio gran duol confusa e torbid' esce;
Questi, qual ramo al ceppo suo conforme,
Di dolor nati e dolorosi, e tristi
Son di mia morte i messi,
Né così varie ha 'l mio martir le forme,
Onde con nove pene ognor m' attristi,
Ch' a sembianza di lor non nascan essi,
E 'n quella voce espressi,
Che piange e duolsi, e pace e vita chiede,
Degn' è ch' acquistin fede,
Et io dentr' a l' inferno, in cui son morto,
Senta dal creder vostro almen conforto.
Lasso, e ben sembra la mia vita, priva
Di veder voi, qual tenebroso inferno,
A cui s' asconde il giorno
Di quella luce ond' è beata e viva,
E fuor la pena, e dentro è 'l duolo interno,
E i pianti, e i gridi, e le paure intorno,
E sdegno, e rabbia, e scorno,
E perch' afflitti in quella parte i sensi
Sian, dove fur più 'ntensi,
Gli occhi, che vider voi, cangiaro oggetto,
E ciò ch' io miro ha sol di morte aspetto;
Né però fine ha 'l mio dolor vivace,
Che morte no, ma le sue doglie estreme
Sente l' alma, e rinova,
Più forte allor che più si strugge e sface;
Così contrarie e vita, e morte insieme
Ambe nemiche, et ambe eterne prova,
Misera, e non le giova
Che, perché viva, il tempo mai si mute,
E porti al fin salute,
O perché pera mille volte ognora,
Finisca i danni, e seco il suo duol mora.
Ben di lei quella parte a i sensi ancella
Che non vi scorge, sol s' affligge, e dole,
L' altra che vi figura
E vi contempla, si fa lieta, e bella,
Come la Luna, allor ch' appressa il Sole,
La parte sol ch' a noi si mostra, oscura,
Ma la superna e pura,
Che 'n lui rivolta lo discopre, e mira,
Vaga e lucente gira,
Così divien di lei chiaro e gentile
Quel che voi guarda, e l' altro oscuro, e vile;
Ella da la memoria, ove raccolto
De' vostri fregi in tante guise sparsi
Nobil tesoro unio,
Tragge talor le belle luci, e 'l volto,
Le voci, e gli atti, e le bellezze ond' arsi,
Così membrando voi me stesso oblio,
E sorge indi il desio,
Che guida il core, e me da me diparte,
Sì che divisa in parte
L' alma mantene e misera, e contenta,
Viva in altrui, quando in se stessa è spenta.
Canzon, dietro a quel volo
De' miei pensier puoi tu beata alzarti,
Et al mio Sol mostrarti:
Forse ancor fia che le mie notti amare,
E le tenebre tue purghi, e rischiare.