LXX

By Giovanni Boccaccio

«Amor, dolce signore,

che hai il nostro core

in tua balia, per Dio, fanne contente.

Tu se' nostro signor caro e verace,

e noi così volemo;

tu se' colui che ne può render pace

nel gran disio ch'avemo:

però quanto potemo

preghian tua signoria

che 'nver di noi si porti umilemente.

Noi siam qui giovinette, e tu 'l ti sai,

che poca di grevezza,

che noi sentiam, ci par sentire assai;

però la tua grandezza

a chiunque la sprezza,

signor, falla sentire,

ch'a noi non cal, che siam tue veramente.

Fa sentire a coloro il tuo valore,

che si fanno chiamare

inamorati sanza farti onore:

ché, se tu fai provare

lor quanto tu puoi fare,

saranno inamorati,

e noi ti loderem più degnamente.

Noi ardiam tutte per la tua virtute

nel tuo cocente foco.

Per Dio, mercé; deh, donaci salute

anzi che mutiam loco,

ché già a poco a poco

per te ci consumiamo,

se tu non ci soccorri tostamente.

Fa, signor nostro, gli animi pietosi

degli nostri amadori;

raffrena alquanto i lor atti orgogliosi

con più aspri dolori

che non hanno ne' cori,

sì che la nostra pena

e' provi come noi chi non la sente.

Entra en gli orecchi qui, ballata, avanti

ad Amor nostro siri,

e, come tu pietosamente canti

i nostri aspri martiri,

fa che pregando il giri

a darci tosto gioia,

prima che ei n'uccida crudelmente».