LXXII. A QUIRINO.
Padre Quirino, io so che a Maro e a Flacco
Diè l'invidia talor guerra e martello:
Io so che Mevio fu molesto a quello,
Pantilio a questo; e fu villano attacco.
Ma dinne: avean coloro il cor vigliacco
Come i vigliacchi che a me dan rovello?
Venían di trivio anch'essi e di bordello,
Briachi di livor più che di Bacco?
Squadrali tutti ad uno ad uno; e vedi
Ch'ei sono infami non aventi il prezzo
Neppur del fango che mi lorda i piedi.
Come abbian carca l'anima di lezzo
Brami, o padre, saper? Storia mi chiedi
Che risveglia, per dio, sdegno e ribrezzo.
Questi che salta in mezzo,
Picciol di mole e di livor gigante,
Di menzogne gran fabro e petulante
Celebrato furfante,
Cui del ventre la fame i versi inspira,
Onde son nomi di vergogna e d'ira
Azzodìno e Saìra;
Questi ier l'altro mi baciava in viso.
Non istupir: quel ladro circonciso
Per cui fu Cristo occiso
Gli fu maestro ed impiccossi al fico.
L'altro a cui fanno le parole intrico
Sovra il labbro impudico,
Di Pilato è il cantor mimico e sordo,
Fra i giumenti d'Arcadia il più balordo.
Di cicaleggi ingordo
Gli vien di costa il trombettier di Pindo,
L'universale adulator Florindo.
Buffon canuto e lindo
Che mai vivo non fosti, io non m'abbasso
A ragionar di te, ma rido e passo.
O di nequizie ammasso,
Che tolto dianzi avresti il manto a Rocco,
Vissuto di limosina e di stocco,
Insaziato pitocco,
Strazio d'orecchi, ciurmador convulso,
Sempre fabbro di motti e sempre insulso,
Che al male oprar l'impulso
Fin dagli stessi beneficii hai preso;
Dunque tu pur m'affronti, e l'arco hai teso
Nell'arena disceso?
Dimenticasti presto, Iro novello,
Lo sdrucito calzar l'unto mantello
Onde ti fea sì bello
Di vecchi cenci il venditor Giudeo.
Cangiasti i panni, e non cangiasti il reo
Sentimento plebeo;
E poichè l'epa empiesti insino al gozzo,
La man mordesti che ti porse il tozzo.
Or tu mi dài di cozzo,
Nè rammenti il passato. Esser sofferto
Ruffian potevi, e detrattor diserto
D'ogni più saldo merto,
E proco de' Batilli, e sgherro, e tutto;
Ma non ingrato. Or va'; lungi ti butto,
Vaso d'ira e di lutto:
Tu chiudi feccia impura troppo e torba,
E mandi un puzzo che le nari ammorba.
Vuoi tu, Quirin, ch'io forba
La cute agli altri? Un vende a tutte voglie
Della figlia la carne e della moglie.
Veste un altro le spoglie
Di Levi, agnello in volto ed in cor lupo;
E la contrada semina di strupo.
Da toscano dirupo
Qual venne, e scrigni e d fracassa;
Qual è brigante, truffator, bardassa.
Ed altri l'estro ingrassa
Nelle taverne, e di Lièo si spruzza,
E con Ascanio s'imbriaca e puzza.
Altri è rasa cocuzza
In vil cappuccio avvolta, e si dimena
Di serafico brodo unta e ripiena.
D'Aliberti la scena
Sporca tal altro con nefande rime,
Poltron censore ed animal sublime.
Dove voi lascio, o prime
Bestie di Pindo, che v'avete eletto
Fra stalle e mondezzai raminghe il tetto?
O ben degno ricetto,
U' fan eco al grugnir vostro infinito
De' cavalli le zampe ed il nitrito!
E tu pur mostra a dito
N'andresti, o chierca scappucciata, o sue
Pria d'Agostino ed or di Pietro bue.
Ma su le colpe tue
Tacciasi: intera ti darò la mancia
Se alla cicala tenterai la pancia.
Dopo costor poi ciancia
Il mietitor di barbe il calzolaio
Il merciaio il beccaio il salumaio;
E mi stracciano il saio
Indegnamente: ed io le spalle gobbe
Feci finora, e più soffrii che Giobbe.
Or mia ragion conobbe
Esser pur tempo di spiegar l'artiglio.
Dammi, padre Quirin, dammi consiglio.
Ammorza l'ire, o figlio.
Morde e giova l'Invidia: e non isfronda
Il suo soffrir l'allor, ma lo feconda.