LXXII – Marino

By Giacomo Leopardi

Fermo tra lor con quest'accordo il patto,

Ecco d'astuto ingegno e pronta mano

Garzon, che sempre scherza e vola ratto:

Gioco s'appella, ed è d'Amor germano.

Questi su l'ampia tavola in un tratto

A recar venne un tavoliero estrano,

Che di fin oro ha la cornice, e 'l resto

Tutto d'avorio e d'ebeno è contesto.

Sessantaquattro case in forma quadra,

Inquartate per dritto e per traverso,

Dispon per otto vie serie leggiadra,

Ed otto ne contien per ciascun verso.

Ciascuna casa in ordine si squadra

Di spazio egual, ma di color diverso;

Ch'alternamente a bianco e brun distinto,

Qual tergo di dragon, tutto è dipinto.

Scambievolmente al bianco quadro il nero

Succede, e varia il campo in ogni parte.

Or qui potrai, quasi in agon guerriero,

Disse la Dea, veder quanto può l'arte;

Dico di guerra un simulacro vero,

Ed uana bella imagine di Marte;

Mover assalti, e stratagemmi ordire,

E due genti or combattere or fuggire.

Ciò detto, versa da bell'urna aurata

Sul tavolier di calcoli due schiere,

Che di tornite gemme effigiata

Mostran l'umana forma in più maniere.

L'una e l'altra falange è divisata

Là di candide insegne, e qui di nere:

Son di numero pari e di possanza,

Differenti di nome e di sembianza.

Sedeci sono e sedeci; e siccome

Vario è tra lor il color bianco e 'l bruno,

E varia han la sembianza e vario il nome,

Così l'ufficio ancor non è tutt'uno.

Havvi regi e reine, ed ha le chiome

Di corona real cinte ciascuno:

V'ha sagittari, e cavalieri, e fanti,

E di gran rocche onusti alti elefanti.

Ecco son già gli esserciti disposti;

Già ne' siti sovranie già ne gl'imi

Son divisi i quartier, partiti i posti.

Stan ne l'ultima linea i re sublimi,

E quinci e quindi entrambo a fronte opposti

La quarta sede ad occupar van primi;

Ma 'l canuto signor, ch'è l'un di loro,

Preme l'oscura, e tien l'eburnea il moro.

La regia sposa ha ciascun re vicina:

Un l'ha dal destro lato, un l'ha dal manco.

Tien campo a se conforme ogni reina;

La fosca il fosco tien, la bianca il bianco.

Ne la fila medesima confina

Gemino arcier da questo e da quel fianco:

Questi la rissa a provocar sen vanno,

E de la real coppia in guardia stanno.

Non lontani, a cavallo, han duo campioni

In pugna aperta a guerreggiar accorti.

E ne l'estremità de' duo squadroni

L'indiche fere gli angoli fan forti.

Otto contr'otto, assiston di pedoni

In ordinanza poi doppie coorti,

Ch'a primi rischi de la guerra avanti

Portano i petti intrepidi e costanti.

Pugnasi a corpo a corpo; e fuor di stuolo,

Quasi in steccato, ogni guerrier procede:

S'un bianco esce di schiera, ecco ch'a volo

Da la contraria uscir l'altro si vede:

Ma con legge però che più d'un solo

Mover non possa in una volta il piede:

E van tutti ad un fine; in stretto loco,

Con la prigion del re, chiudere il gioco.

E perch'egli più tosto a terra vada,

Tutti col ferro in man s'aprono i passi.

Chi di qua chi di là sgombra la strada:

Pian pian men folta la campagna fassi.

A l'uccisor, s'avvien ch'alcun ne cade,

Del caduto avversario il loco dassi.

Ma campato il periglio, eccetto al fante,

Lice indietro a ciascun ritrar le piante.

Del marciar, del pugnar, nel bel conflitto,

Pari in tutti non è l'arte e la norma:

Varca una cella sol sempre per dritto

Contro il nemico la pedestre torma:

Se non che quando alcun ne vien trafitto:

Si feriscon per lato, e cangian forma;

E ponno nel tentar del primo assalto

Passar duo gradi, e raddoppiare il salto.

Può da tergo e da fronte andar la torre,

Porta a destra ed a manca il grave incarco;

Ma sempre per diametro trascorre,

Né sa mai per canton torcere il varco.

Sol per sentiero obliquo il corso sciorre

È dato a quel ch'ha le saette e l'arco:

Fiancheggiando si move; e mentre scocca,

L'un e l'altro confin del campo tocca.

Il cavallo leggier per dritta lista,

Come gli altri, l'arringo unqua non fende;

Ma la lizza attraversa, e fiero in vista,

Curvo in giro e lunatoil salto stende;

E sempre, nel saltar, due case acquista,

Quel colore abbandona, e questo prende.

Ma la donna real vie più superba,

Ne' suoi liberi error legge non serba.

Per tutto erra costei, lunge e da presso,

E può di tutti sostener la vice;

Salvo che 'n cerchio andar non l'è permesso,

Saltellar, volteggiar le si disdice:

Privilegio al destrier solo concesso,

Corvettando aggirarsi altrui non lice.

Nel resto poi, se non ha intoppo al corso,

Non trova al suo vagar meta né morso.

Move l'armi più cauto il re sovrano,

In cui del campo la speranza è tutta:

Ché s'egli prigionier trabocca al piano,

L'oste dal canto suo riman distrutta.

Quinci per lui ciascuno arma la mano,

Per lui s'espone a perigliosa lutta;

Ed egli, spettator de la contesa,

Cinto di guardia tal, non teme offesa.

Poco intende a ferire, e per l'aperto

In publica tenzon raro contrasta:

Non è questo il suo fin, ma ben coverto,

Da l'insiedie schermirsi assai gli basta.

Pur se contro gli vien duce inesperto,

Sa ben anco trattar la spada e l'asta,

Colpisce e noce: e poiché 'l seggio lassa,

Di più d'un quadro il termine non passa.