LXXII

By Pietro Bembo

Gioia m´abonda al cor tanta e sì pura,

tosto che la mia donna scorgo e miro,

che ´n un momento ad ogni aspro martiro,

in ch´ei giacesse, lo ritoglie e fura;

e s´io potessi un dì per mia ventura

queste due luci desiose in lei

fermar, quant´io vorrei,

su nel ciel non è spirto sì beato,

con ch´io cangiassi il mio felice stato.

Da l´altra parte un suo ben leve sdegno

di sì duri pensier mi copre e ´ngombra,

che, se durasse, poca polve et ombra

faria di me, né poria umano ingegno

trovar al viver mio scampo o ritegno:

e se ´l trovasse, non si prova e sente

pena giù nel dolente

cerchio di Stige e ´n quello eterno foco,

che, posta col mio mal, non fosse un gioco.

Né fia per tutto ciò, che quella voglia,

che con sì forte laccio il cor mi strinse,

quando primieramente Amor lo vinse,

rallenti il nodo suo, non pur discioglia,

mentre in piè si terrà questa mia spoglia;

ché la radice, onde ´l mio dolor nasce,

in guisa nutre e pasce

l´anima, che di lui mai non mi pento,

anzi son di languir sempre contento.

Canzon, e vo´ ben dir cotanto avanti:

fra tutti i lieti amanti

quanto dolce in mill´anni Amor comparte,

del mio amaro non val la minor parte.