LXXIII – Tassoni

By Giacomo Leopardi

Armato il cavalier di tutto punto,

E compartito il suolo a i combattenti,

Diede il segno a la tromba, e tutti a un punto

Si mossero i destrier come due venti.

Fu il cavalier roman nel petto giunto:

Ma l'armi sue temprate e rilucenti

Ressero; e 'l Conte a quell'incontro strano

La lancia si lasciò correr per mano.

Ei fu colto da Titta a la gorgiera,

Tra il confin de lo scudo e de l'elmetto,

D'una percossa sì possente e fiera,

Che gli fece inarcar la fronte e 'l petto.

Si schiodò la goletta, e la visiera

S'aperse, e diede lampi il corsaletto:

Volaro i tronchi al ciel de l'asta rotta;

E perdé staffe e briglie il Conte allotta.

Caduta la visiera, il Conte mira,

E vede rosseggiar la sopravvesta:

E, oimè, son morto, grida; e 'l guardo gira

A gli scudieri suoi con faccia mesta:

Aita, ché già 'l cor l'anima spira,

Replica in voce fioca; aita presta.

Accorrono a quel suon cento persone,

E mezzo morto il cavano d'arcione.

Il portano a la tenda, e sopra un letto

Gli cominciano l'armi e i panni a sciorre.

Il chirurgo cavar gli fa l'elmetto:

E il prete a confessarlo in fretta corre:

Tutti gli amici suoi morto in effetto

Il tengono; e ciascun parla e discorre

Che non era da porre a tal cimento

Un uom privo di forza e d'ardimento.

Ma Titta, poi che l'avversario vede

Per morto riportar ne le sue tende,

Passeggia il campo a suon di trombe, e riede

Dove la parte sua lieta l'attende.

Fastoso è sì, che di valor non cede

A Marte stesso: e de l'arcion discende:

E scrive, pria che disarmar la chioma,

E spedisca un corriero in fretta a Roma.

Scrive ch'un cavalier d'alto valore

Di quelle parti; uom tanto principale,

Che forse non ve n'era altro maggiore,

Né ch'a lui fosse di possanza eguale;

Avuto avea di provocarlo core,

E di prender con lui pugna mortale:

E ch'esso, de gli eseriti in cospetto,

Gli avea passato al primo incontro il petto.

Spedì il corriero a Gaspar Salviani,

Decan de l'accademia de' Mancini:

Che ne desse l'avviso a i Frangipani

Signor di Nemi, e a i loro amici Ursini,

E al cavalier del Pozzo, e a i due romani

Famosi ingegni, il Cesi e 'l Cesarini;

Ma sopra tutti al principe Borghese,

E a Simon Tassi, di Pavul marchese:

Che tutti disser poi ch'egli era matto,

Quando s'intese ciò ch'era seguito.

Intanto avean spogliato il Conte affatto,

Dal terror de la morte instupidito;

E gian cercando due chirurgi a un tratto

Il colpo onde dicea d'esser ferito:

Né ritrovando mai rotta la pelle,

Ricominciar le risae le novelle.

Il Conte dicea lor: mirate bene;

Perché la sopravvesta è insanguinata:

E non dite così per darmi spene;

Ché già l'anima mia sta preparata.

Venga la sopravvesta: e quella viene;

Né san cosa trovar di che segnata

Sia, né ch'a sangue assomigliar si possa,

Eccetto un nastro o una fettuccia rossa,

Ch'allacciava da collo, e sciolta s'era,

E pendea giù per fino a la cintura.

Conobber tutti allor distinta e vera

La feriata del Conte e la paura.

Egli accortosi alfin di che maniera

S'era abbagliato, l'ha per sua ventura,

E ne ringrazia Dio, levando al cielo

Ambe le mani e 'l cor, con puro zelo.

E a Titta e a la moglie sua perdonando,

Si scorda i falli lor sì gravi e tanti;

E fa voto d'andar pellegrinando

A Roma a visitar que' luoghi santi,

E dare intanto a la milizia bando,

Per meglio prepararsi a nuovi vanti:

Cosìil monton che cozza, si ritira,

E torna poi con maggior colpo ed ira.