LXXIII – Tassoni
Armato il cavalier di tutto punto,
E compartito il suolo a i combattenti,
Diede il segno a la tromba, e tutti a un punto
Si mossero i destrier come due venti.
Fu il cavalier roman nel petto giunto:
Ma l'armi sue temprate e rilucenti
Ressero; e 'l Conte a quell'incontro strano
La lancia si lasciò correr per mano.
Ei fu colto da Titta a la gorgiera,
Tra il confin de lo scudo e de l'elmetto,
D'una percossa sì possente e fiera,
Che gli fece inarcar la fronte e 'l petto.
Si schiodò la goletta, e la visiera
S'aperse, e diede lampi il corsaletto:
Volaro i tronchi al ciel de l'asta rotta;
E perdé staffe e briglie il Conte allotta.
Caduta la visiera, il Conte mira,
E vede rosseggiar la sopravvesta:
E, oimè, son morto, grida; e 'l guardo gira
A gli scudieri suoi con faccia mesta:
Aita, ché già 'l cor l'anima spira,
Replica in voce fioca; aita presta.
Accorrono a quel suon cento persone,
E mezzo morto il cavano d'arcione.
Il portano a la tenda, e sopra un letto
Gli cominciano l'armi e i panni a sciorre.
Il chirurgo cavar gli fa l'elmetto:
E il prete a confessarlo in fretta corre:
Tutti gli amici suoi morto in effetto
Il tengono; e ciascun parla e discorre
Che non era da porre a tal cimento
Un uom privo di forza e d'ardimento.
Ma Titta, poi che l'avversario vede
Per morto riportar ne le sue tende,
Passeggia il campo a suon di trombe, e riede
Dove la parte sua lieta l'attende.
Fastoso è sì, che di valor non cede
A Marte stesso: e de l'arcion discende:
E scrive, pria che disarmar la chioma,
E spedisca un corriero in fretta a Roma.
Scrive ch'un cavalier d'alto valore
Di quelle parti; uom tanto principale,
Che forse non ve n'era altro maggiore,
Né ch'a lui fosse di possanza eguale;
Avuto avea di provocarlo core,
E di prender con lui pugna mortale:
E ch'esso, de gli eseriti in cospetto,
Gli avea passato al primo incontro il petto.
Spedì il corriero a Gaspar Salviani,
Decan de l'accademia de' Mancini:
Che ne desse l'avviso a i Frangipani
Signor di Nemi, e a i loro amici Ursini,
E al cavalier del Pozzo, e a i due romani
Famosi ingegni, il Cesi e 'l Cesarini;
Ma sopra tutti al principe Borghese,
E a Simon Tassi, di Pavul marchese:
Che tutti disser poi ch'egli era matto,
Quando s'intese ciò ch'era seguito.
Intanto avean spogliato il Conte affatto,
Dal terror de la morte instupidito;
E gian cercando due chirurgi a un tratto
Il colpo onde dicea d'esser ferito:
Né ritrovando mai rotta la pelle,
Ricominciar le risae le novelle.
Il Conte dicea lor: mirate bene;
Perché la sopravvesta è insanguinata:
E non dite così per darmi spene;
Ché già l'anima mia sta preparata.
Venga la sopravvesta: e quella viene;
Né san cosa trovar di che segnata
Sia, né ch'a sangue assomigliar si possa,
Eccetto un nastro o una fettuccia rossa,
Ch'allacciava da collo, e sciolta s'era,
E pendea giù per fino a la cintura.
Conobber tutti allor distinta e vera
La feriata del Conte e la paura.
Egli accortosi alfin di che maniera
S'era abbagliato, l'ha per sua ventura,
E ne ringrazia Dio, levando al cielo
Ambe le mani e 'l cor, con puro zelo.
E a Titta e a la moglie sua perdonando,
Si scorda i falli lor sì gravi e tanti;
E fa voto d'andar pellegrinando
A Roma a visitar que' luoghi santi,
E dare intanto a la milizia bando,
Per meglio prepararsi a nuovi vanti:
Cosìil monton che cozza, si ritira,
E torna poi con maggior colpo ed ira.