LXXIII

By Giovanni Prati

A gentil cor, che langue infastidito

or d´uno or d´altro cinguettio, secondo

che per l´aura del crocchio o del convito

ferve maligno o strepita ingiocondo;

a gentil cor, cui piace esser romito,

non è accento più caro e più profondo

di quel con che tu parli a l´infinito,

o re pensoso del notturno mondo.

Quando sul capo tuo ridon le stelle,

e tu coi dominanti occhi t´affissi

dentro le cose più remote e belle,

tacita s´apre la memoria al core

e la speranza: due soavi abissi,

in che s´immerge ogni solingo amore.