LXXIV – Bracciolini

By Giacomo Leopardi

E' si diletta di compor de i versi,

E vorrebbe, se può, farsi poeta:

Ha tentato fin qui studi diversi,

Ma sol dentro al poetico s'acqueta:

Di vocaboli scelti e modi tersi,

D'unquanchi e quinci, senza fine o meta,

Ha fatto con l'ingegno pellegrino

Un libro grosso com'un calepino.

Squadrena i libri, e spolvera gli antichi,

E gli postilla se riescon dotti;

E gli assapora, come fusser fichi,

Distinguendoli in datteri e brugiotti:

Le perifrasi osserva e i casi oblichi,

Gl'idiotismi, e gli entimemi addotti,

Metaplasmi, sineddochi ed ellissi,

E gli accenti e gli articoli e gli affissi.

Vergilio tutto ha per lo senno a mente,

E come peverada Orazio inghiotte;

Ovidio al suo giudizio è negligente;

Persio fa poca strada, e va di notte;

Lucrezio ha de l'antico, e non si sente;

Lucan tira attraverso orribil botte;

È aspro Silio; e non han frasi buone

Stazio e Properzio; e Plauto fa 'l buffone.

Mill'altri documenti, e mille e mille

Altre osservanze egli ha notato e nota;

E i comenti rivede e le postille;

E gira il cervel suo come una ruota;

E per usanza sta (come l'anguille

Fitte la notte e 'l dì dentro la mota)

Fra gl'inchiostri sepolto e fra le carte;

E sempre a la natura aggiunge l'arte.

Così dunque, signora, avete udito

Chi sia 'l garzone, e quali i suoi diletti.

La casa ov'abit'egli e 'l mio marito,

È quella là che ne discopre i tetti.

E chi vuol fare a lui piacer gradito,

Dicali in poesia vaghi concetti:

Ché per un madrigale o una canzona

Si faria servidor d'ogni persona.

A la vecchia gentil Venere chiede:

Questo tanto desio di poetare

Ch'è nel vostro figliuolo, onde procede?

Natura forse ve lo dee tirare;

O forse esempio altrui, ché ciò che vede

La gioventù di subito vuol fare;

Ovver lo sprona, e non può stare a segno,

A farsi imitator forza d'ingegno.

La vecchierella allor: signora mia,

Quest'occulta cagion che voi chiedete,

Come nascesse de la poesia

Nel petto al mio figliuol cotanta sete,

Io, che non istudiai filosofia,

Non saprei dirvi; e mi perdonerete:

Ma ben vi conterò come da prima

Cominciass'egli a canzonare in rima.

Quattordici anni ei non avea finiti,

Che un dì me l'addocchiò mastro Tamiri,

E piacquegli tra gli altri a lui graditi,

Fino a spargerne lagrime e sospiri.

Con ragioni, con preghi e con inviti

Mel messe in su i poetici rigiri:

Ed a me disse: allegramente, o vecchia:

Questo vostro figliuolo ha buona orecchia.

Vo' che noi gl'insegniamo a far de' versi,

E restar vivo ancor dopo la morte.

Studiato avea costui libri diversi,

E facea gli Appigionasi a le porte;

Ond'io subitamente mi conversi

A commettere il figlio a le sue scorte,

E glielo diedi in cura, e lo pregai

Che far me lo volesse un uom d'assai.

In nove giorni (o sovrumani effetti

De la scienza infusa del maestro!)

Componea de l'ottave e de' sonetti,

Con vivezza d'ingegno agile e destro:

E non istiracchiava i suoi concetti

Come quando si carica il balestro:

E congiungendo l'arte al naturale,

Dava speranza un dì farsi immortale.

Morì la gatta in casa nostra; ed esso

La seppellì ne l'orto, appiè d'un fico,

E l'epitaffio a lei quel giorno stesso

Compose in manco tempo ch'io nol dico:

Ed io, che 'l vidi immantinente impresso

Ne l'esposta corteccia al sole aprico,

E lessi i carmi suoi; per meraviglia

Restai stretta di spalle, alta di ciglia.

Me ne ricordo; e vo' che tu gli senta,

Ché veramente son cosa garbata.

Giace qui, tra 'l bassilico e la menta,

Bella micia defunta e sotterrata.

Da Morte fu la sua bravura spenta,

Perocché i topi ne l'avean pregata:

Ma temon anco, al trapassar del fosso,

Che, così morta, a lor non salti addosso.

Tamiri in questo mentre avea composto

E distinto un poema in libri sei,

Dove a rappresentante ei s'era posto

La guerra de' Giganti e de gli Dei,

E 'l valor de i Giganti avea preposto,

Celebrando i Fialti e i Briarei.

La favola era sciocca, e gli episodi

Stiracchiati e soverchi in vari modi.

Non ti maravigliar se di quest'arte

Nel favellare io ti parrò maestra:

Ché io ne trovai per casa alcune carte,

E me le serbai ne la canestra;

E di nascosto, trattami in disparte

Tra la sponda del letto e la finestra,

Me la studiava, acciò non mi vedesse

Il mio figliuolo, e me le ritogliesse.

La favola era doppia; e non avea

Né ricognizion, né riuscite

Al contrario di quel che si credea:

Le parti eran difformi, e disunite:

Né util né piacer se ne traea;

E così terminata era la lite,

Qual abbia di lor due la precedenza;

Mentre il poema suo ne riman senza.

Non si riconosceva a nessun segno

Regola né precetto in quell'ordito;

Che senza imitazione e senza ingegno,

In nessuna sua parte era pulito.

In vece di pietà movea lo sdegno,

E 'l timor di nonnulla in core ardito.

Le parole eran barbare, eran dure,

Dissonanti, ed incognite, ed oscure.

Sciocca l'età virile, e non curante

Né di reputazion né di decoro,

E la vecchia fingea sempre arrogante,

Incauta, ardita, e prodiga de l'oro;

Saggia la gioventù, pigra e costante,

Querula e mesta in procurar tesoro:

E facea, confondendo le persone,

Il servo ragionar come 'l padrone.

Disordinata era la tela, e piena

Di fila inverisimili e interrotte.

Descrivea fuor di tempo aura serena,

E fuor d'occasion tempesta e notte;

Sterili gli orti, e fertile l'arena,

Bianchi i carboni, e nere le ricotte;

Menzogne, e frasche, e vanità leggiere,

E cose inverisimili per vere.

Ma per non istar più su i generali,

Ei cominciò così la sua canzona:

Era d'agosto; e per li venti australi

Venne a piover un dì fra vespro e nona;

E per le buche ov'eran fitti i pali,

Nacquer Giganti di sì gran persona,

Che la sera medesma eran simili

A le torri più grandi, a i campanili.

Non giungevano lor fino a' ginocchi

Aceri, cerri, pin, quercee castagni;

E gli strappavan su, come finocchi;

E in un sorso bevean paludi e stagni.

Parean cupole i nasi; e fuor de gli occhi,

Spalancati, rotondi, orrendi e magni,

Gran vampa uscia, come la notte fa

La fiamma quand'abbrucia le città.

Come d'aglietti ovver di cipolline,

Facean mazzi di monti a otto a otto;

E pigliavano l'alpi e le colline

Con altri poggi, e le mettean di sotto.

Ed un, che valicava ogni confine,

E chiamar si facea mastro Nembrotto,

Piluccava gli armenti come noi

Facciam de l'uva, e s'ingollava i buoi.

Costor, che le maremme d'animali

Avean disfatte in una settimana,

E le pecore e' becchi, esche lor frali,

Con le corna inghiottite e con la lana;

Cominciaro a gridare a gl'immortali

Abitator de la magion sovrana,

Sonando le piattella: o messer osti,

Portate roba; e se vuol costar, costi.

Giove, che la cucina e la dispensa

Avea sfornita di pane e di legna,

Bada a pascer il cielo, e poco pensa

A satollar quella canaglia indegna:

Onde ei per fame in su la vota mensa,

Porta, gridavan; canchero ti vegna:

Giove li sente, e, pur badando a' suoi,

Risponde ad alta voce: or veng'a voi.

Si racchettano alquanto; ma veggendo

Che nessun comparisce, e son canzone,

Essi, omai comportar più non potendo,

Tolgon di man la briglia a la ragione,

E muovon contra 'l cielo assalto orrendo,

Tirando sassi senza discrezione:

E già verso Saturno e verso Giove

Per di sotto a l'insù gragnuola piove.

Gli Dei da le percosse sbigottiti,

Si cominciano armar dal mezzo al basso.

Zoppica Marte, e chiama chi l'aiti;

Ché nel manco tallon l'ha colto un sasso.

Ebe portò racconci e ricuciti

A suo signor, con frettoloso passo,

Due grandi stivaloni di vitello,

Opra di mastro Nardo Scarpinello.

Tiara sassi Fialte a tre a tre,

A cinquanta a cinquanta Briareo;

Ne portano a cataste ove non n'è,

Sopra gli omeri lor Tizio e Tifeo:

Grande sfrombola sua d'intorno a se

Gira e rigira il poderoso Anteo;

E sì forte una volta sfrombolò,

Che Saturno in un gomito arrivò.

Grida il povero vecchio: aita, aita:

Mercurio a Giove carica il balestro:

Sul Capricorno allor Pallade ardita

Cavalca, e salatar fallo agile e destro:

Porta a Giunon l'ancella scimunita

Gran quantità di rape in un canestro,

Dicendo che non trova altro per fretta;

E in giù la Dea raponzoli saetta.

Ercole da la mazza i ragnateli

Subito leva, e volgesi a i Titani:

A le bravure sue tremano i cieli,

Rotola i sassi, e fa paura a i cani.

Scioglie da i capei d'or Diana i veli,

Senza fante aspettar, con le sue mani;

E tra le chiome sue, mentre s'allaccia

L'elmo, fa de le corna una focaccia.