LXXIV – Bracciolini
E' si diletta di compor de i versi,
E vorrebbe, se può, farsi poeta:
Ha tentato fin qui studi diversi,
Ma sol dentro al poetico s'acqueta:
Di vocaboli scelti e modi tersi,
D'unquanchi e quinci, senza fine o meta,
Ha fatto con l'ingegno pellegrino
Un libro grosso com'un calepino.
Squadrena i libri, e spolvera gli antichi,
E gli postilla se riescon dotti;
E gli assapora, come fusser fichi,
Distinguendoli in datteri e brugiotti:
Le perifrasi osserva e i casi oblichi,
Gl'idiotismi, e gli entimemi addotti,
Metaplasmi, sineddochi ed ellissi,
E gli accenti e gli articoli e gli affissi.
Vergilio tutto ha per lo senno a mente,
E come peverada Orazio inghiotte;
Ovidio al suo giudizio è negligente;
Persio fa poca strada, e va di notte;
Lucrezio ha de l'antico, e non si sente;
Lucan tira attraverso orribil botte;
È aspro Silio; e non han frasi buone
Stazio e Properzio; e Plauto fa 'l buffone.
Mill'altri documenti, e mille e mille
Altre osservanze egli ha notato e nota;
E i comenti rivede e le postille;
E gira il cervel suo come una ruota;
E per usanza sta (come l'anguille
Fitte la notte e 'l dì dentro la mota)
Fra gl'inchiostri sepolto e fra le carte;
E sempre a la natura aggiunge l'arte.
Così dunque, signora, avete udito
Chi sia 'l garzone, e quali i suoi diletti.
La casa ov'abit'egli e 'l mio marito,
È quella là che ne discopre i tetti.
E chi vuol fare a lui piacer gradito,
Dicali in poesia vaghi concetti:
Ché per un madrigale o una canzona
Si faria servidor d'ogni persona.
A la vecchia gentil Venere chiede:
Questo tanto desio di poetare
Ch'è nel vostro figliuolo, onde procede?
Natura forse ve lo dee tirare;
O forse esempio altrui, ché ciò che vede
La gioventù di subito vuol fare;
Ovver lo sprona, e non può stare a segno,
A farsi imitator forza d'ingegno.
La vecchierella allor: signora mia,
Quest'occulta cagion che voi chiedete,
Come nascesse de la poesia
Nel petto al mio figliuol cotanta sete,
Io, che non istudiai filosofia,
Non saprei dirvi; e mi perdonerete:
Ma ben vi conterò come da prima
Cominciass'egli a canzonare in rima.
Quattordici anni ei non avea finiti,
Che un dì me l'addocchiò mastro Tamiri,
E piacquegli tra gli altri a lui graditi,
Fino a spargerne lagrime e sospiri.
Con ragioni, con preghi e con inviti
Mel messe in su i poetici rigiri:
Ed a me disse: allegramente, o vecchia:
Questo vostro figliuolo ha buona orecchia.
Vo' che noi gl'insegniamo a far de' versi,
E restar vivo ancor dopo la morte.
Studiato avea costui libri diversi,
E facea gli Appigionasi a le porte;
Ond'io subitamente mi conversi
A commettere il figlio a le sue scorte,
E glielo diedi in cura, e lo pregai
Che far me lo volesse un uom d'assai.
In nove giorni (o sovrumani effetti
De la scienza infusa del maestro!)
Componea de l'ottave e de' sonetti,
Con vivezza d'ingegno agile e destro:
E non istiracchiava i suoi concetti
Come quando si carica il balestro:
E congiungendo l'arte al naturale,
Dava speranza un dì farsi immortale.
Morì la gatta in casa nostra; ed esso
La seppellì ne l'orto, appiè d'un fico,
E l'epitaffio a lei quel giorno stesso
Compose in manco tempo ch'io nol dico:
Ed io, che 'l vidi immantinente impresso
Ne l'esposta corteccia al sole aprico,
E lessi i carmi suoi; per meraviglia
Restai stretta di spalle, alta di ciglia.
Me ne ricordo; e vo' che tu gli senta,
Ché veramente son cosa garbata.
Giace qui, tra 'l bassilico e la menta,
Bella micia defunta e sotterrata.
Da Morte fu la sua bravura spenta,
Perocché i topi ne l'avean pregata:
Ma temon anco, al trapassar del fosso,
Che, così morta, a lor non salti addosso.
Tamiri in questo mentre avea composto
E distinto un poema in libri sei,
Dove a rappresentante ei s'era posto
La guerra de' Giganti e de gli Dei,
E 'l valor de i Giganti avea preposto,
Celebrando i Fialti e i Briarei.
La favola era sciocca, e gli episodi
Stiracchiati e soverchi in vari modi.
Non ti maravigliar se di quest'arte
Nel favellare io ti parrò maestra:
Ché io ne trovai per casa alcune carte,
E me le serbai ne la canestra;
E di nascosto, trattami in disparte
Tra la sponda del letto e la finestra,
Me la studiava, acciò non mi vedesse
Il mio figliuolo, e me le ritogliesse.
La favola era doppia; e non avea
Né ricognizion, né riuscite
Al contrario di quel che si credea:
Le parti eran difformi, e disunite:
Né util né piacer se ne traea;
E così terminata era la lite,
Qual abbia di lor due la precedenza;
Mentre il poema suo ne riman senza.
Non si riconosceva a nessun segno
Regola né precetto in quell'ordito;
Che senza imitazione e senza ingegno,
In nessuna sua parte era pulito.
In vece di pietà movea lo sdegno,
E 'l timor di nonnulla in core ardito.
Le parole eran barbare, eran dure,
Dissonanti, ed incognite, ed oscure.
Sciocca l'età virile, e non curante
Né di reputazion né di decoro,
E la vecchia fingea sempre arrogante,
Incauta, ardita, e prodiga de l'oro;
Saggia la gioventù, pigra e costante,
Querula e mesta in procurar tesoro:
E facea, confondendo le persone,
Il servo ragionar come 'l padrone.
Disordinata era la tela, e piena
Di fila inverisimili e interrotte.
Descrivea fuor di tempo aura serena,
E fuor d'occasion tempesta e notte;
Sterili gli orti, e fertile l'arena,
Bianchi i carboni, e nere le ricotte;
Menzogne, e frasche, e vanità leggiere,
E cose inverisimili per vere.
Ma per non istar più su i generali,
Ei cominciò così la sua canzona:
Era d'agosto; e per li venti australi
Venne a piover un dì fra vespro e nona;
E per le buche ov'eran fitti i pali,
Nacquer Giganti di sì gran persona,
Che la sera medesma eran simili
A le torri più grandi, a i campanili.
Non giungevano lor fino a' ginocchi
Aceri, cerri, pin, quercee castagni;
E gli strappavan su, come finocchi;
E in un sorso bevean paludi e stagni.
Parean cupole i nasi; e fuor de gli occhi,
Spalancati, rotondi, orrendi e magni,
Gran vampa uscia, come la notte fa
La fiamma quand'abbrucia le città.
Come d'aglietti ovver di cipolline,
Facean mazzi di monti a otto a otto;
E pigliavano l'alpi e le colline
Con altri poggi, e le mettean di sotto.
Ed un, che valicava ogni confine,
E chiamar si facea mastro Nembrotto,
Piluccava gli armenti come noi
Facciam de l'uva, e s'ingollava i buoi.
Costor, che le maremme d'animali
Avean disfatte in una settimana,
E le pecore e' becchi, esche lor frali,
Con le corna inghiottite e con la lana;
Cominciaro a gridare a gl'immortali
Abitator de la magion sovrana,
Sonando le piattella: o messer osti,
Portate roba; e se vuol costar, costi.
Giove, che la cucina e la dispensa
Avea sfornita di pane e di legna,
Bada a pascer il cielo, e poco pensa
A satollar quella canaglia indegna:
Onde ei per fame in su la vota mensa,
Porta, gridavan; canchero ti vegna:
Giove li sente, e, pur badando a' suoi,
Risponde ad alta voce: or veng'a voi.
Si racchettano alquanto; ma veggendo
Che nessun comparisce, e son canzone,
Essi, omai comportar più non potendo,
Tolgon di man la briglia a la ragione,
E muovon contra 'l cielo assalto orrendo,
Tirando sassi senza discrezione:
E già verso Saturno e verso Giove
Per di sotto a l'insù gragnuola piove.
Gli Dei da le percosse sbigottiti,
Si cominciano armar dal mezzo al basso.
Zoppica Marte, e chiama chi l'aiti;
Ché nel manco tallon l'ha colto un sasso.
Ebe portò racconci e ricuciti
A suo signor, con frettoloso passo,
Due grandi stivaloni di vitello,
Opra di mastro Nardo Scarpinello.
Tiara sassi Fialte a tre a tre,
A cinquanta a cinquanta Briareo;
Ne portano a cataste ove non n'è,
Sopra gli omeri lor Tizio e Tifeo:
Grande sfrombola sua d'intorno a se
Gira e rigira il poderoso Anteo;
E sì forte una volta sfrombolò,
Che Saturno in un gomito arrivò.
Grida il povero vecchio: aita, aita:
Mercurio a Giove carica il balestro:
Sul Capricorno allor Pallade ardita
Cavalca, e salatar fallo agile e destro:
Porta a Giunon l'ancella scimunita
Gran quantità di rape in un canestro,
Dicendo che non trova altro per fretta;
E in giù la Dea raponzoli saetta.
Ercole da la mazza i ragnateli
Subito leva, e volgesi a i Titani:
A le bravure sue tremano i cieli,
Rotola i sassi, e fa paura a i cani.
Scioglie da i capei d'or Diana i veli,
Senza fante aspettar, con le sue mani;
E tra le chiome sue, mentre s'allaccia
L'elmo, fa de le corna una focaccia.