LXXIV
Dovunque el sol suoi raggi chiari porge
dal loco ove si leva e poi si pone,
del nostro ben per pochi el ver si scorge.
E del contradio ancor vera ragione
comprender non si sa, tanto è accecato
ciascuno in seguitar sua oppinione.
Che ci è di quanto ha om disiderato
che non si pent' alfin d'averlo avuto,
ben che l'abbi felice dimostrato?
Guarda qualunche mai possente è suto
per favor popolare o per milizia
che danno e che dolor n'ha ricevuto.
Chi d'eloquenzia avuto ha gran perizia,
per esser ben facundo in saper dire,
morto n'è suto con sua gran tristizia.
E chi in fortezza ancor pose el desire,
per voler dimostrar quanto sia forte,
miseramente s'è visto morire.
Chi di molti denar s'ha fatto scorte
ed ha piena la borsa al suo volere,
quanta dolente poi stata è sua sorte!
Mira Longin, che volse molto avere,
al tempo di Neron Seneca ancora,
come si veggon nulla possedere.
Non passa mai del giorno solo un'ora
che non abbi ogni ricco mille pene,
veggendo sì come altri el lor divora.
La dolce povertà sempre sta bene,
né mai d'alcun rapace è vicitata;
non bisogna a guardalla uscio o catene.
Se mai sarà da te gioia portata,
bench'ella poca sia, temenza arai
sol d'una canna dal vento agitata.
Ma quando nulla teco porterai,
se infra mille ladron pigli el cammino,
ben che solo tu sia, cantar porrai.
El primo voto, ch'al Signor divino
si faccia per ciascuno, è che lui possa
sempre trovar denari al suo dimino.
Ma col veleno non si fa la fossa
chi con un vetro vol spenger la sete
come chi in oro aver sua mente ha mossa?
Qual più de' duo prudenti loderete:
Democrito, ch'ognor che 'l piè moveva
ridea, vedendo 'l tempo ove 'l perdete;
o Diogene, il qual sempre piangeva,
considerando tanta vanitade
ove 'l mondo imbrattato ognor vedeva?
Quanta è, Fortuna, la tua varietade,
ché chi grande tu fai è in sommo onore
e, se l'abassi, mai truova piatade!
Caio Seian, che fu di gran valore,
ricco, magno, onorato e ben possente
come si vede star con disonore!
Volgi a Crasso e a Pompeo ancor la mente
ed a colui che fé suddita Roma,
come lor vita finîr tristamente.
Chi di corona mai ornò sua chioma,
pochi son suti che di morte oscura
non abbi alfin portata crudel soma.
Quanto fu ria, Demosten, tua ventura,
e la tua, Ciceron, che nel più caro
tempo ti venne di morir paura!
Le vostre orazion veneno amaro
diêr alla vostra vita inanzi al tempo,
né contra lui potesti aver riparo.
Or vi levate a studiare per tempo
per morte guadagnar vituperosa,
perdendo ogni sustanza e anco il tempo.
Quanto Fortuna ti fu grazïosa,
magnanimo e gentil Cartaginese,
quando desti a' Roman doglia angosciosa!
Tu ti movesti di lontan paese,
ornato di trïunfi e gran vittoria,
seguitando pur lei a te cortese;
e quando t'ebbe posto in tanta gloria
che rompevi i monti alla tua voglia,
sì che Italia di te fa ancor memoria,
in un momento d'ogni ben ti spoglia,
togliendoti onoranza e signoria,
mandandoti in esilio con gran doglia.
E, non trovando al tuo scampo altra via,
morir volesti, pigliando il veleno,
più tosto ch'esser d'altri in sua balìa.
Vedi Alessandro, a cui il ciel sereno
tanto si dimostrò ch'al tutto volle,
sì come Dio, tenere il mondo a freno,
come di tante onoranze il tolle
piccola sepoltura. O vita nostra,
quanto ch'in te si fida è vano e folle!
La morte è quella ch'al fin ci dimostra
quanto sien questi corpi da stimare,
per li qua' sempre facciàn festa e giostra.
Ove se' Serse, che potesti fare
de' monti mare e del mar come terra,
sì che coi carri si poté passare?
El popol, che menavi teco in guerra,
era sì grande che seccava i fiumi,
quando ciascun di loro al ber s'atterra.
Tu sa' ben che di rabbia ti consumi,
ché, sendo rotto presso a Salamina,
perdesti tutti i tuoi real costumi.
E fu sì grande allor la tua ruina
che solo una barchetta aver potesti,
per poterti fuggir da tal rapina.
Perché l'animo tuo dunche ponesti
a voler tanta gloria, or pensa al fine
e alla pena che per essa avesti.
Alzate gli occhi alle parte divine,
o miseri mortali, e non cercate
cose vi sien cagion di ta' ruine!
E voi, che lo 'nvecchiar desiderate,
a quel che vi conduce la vecchiezza
e i suoi lunghi martir considerate.
Quando omo è vecchio, ciascuno il disprezza
e non ch'ad altri, ma a se stesso spiace.
Con le gengive sole il pane spezza;
triemagli il capo, che ma' truova pace,
el naso a ciascun tempo gli distilla,
el sapor del mangiar più non gli piace.
Del caldo natural non ha scintilla,
e, ben ch'un gridi forte, non lo intende:
non sa s'è voce umana o pur di squilla.
E quando per mangiare el cibo prende,
pelle man d'altri convien che s'imbocchi
e, come rondinino, el collo stende.
Perduto ha 'l sentimento e 'l lum degli occhi,
non conosce famiglia né figliuolo,
muovesi com'un sasso, quando 'l tocchi.
Di giorno in giorno più gli acresce 'l duolo
o per morte di figlio o di sua donna
o di fratelli o d'altri di suo stuolo.
Ogni anno si rinuova nera gonna,
la casa ha piena ognor di nuovi pianti
chi vuol vecchiezza aver per sua madonna.
Mettiti, prego, il re Pilio davanti,
ch'altro non fa se non forte dolerse,
veggendo gli anni suoi già esser tanti.
Quando Antiloco suo car figlio perse,
chiamavasi infilice e bestemiava
la morte, perché inanzi nol somerse.
Così il padre d'Acchille ancor gridava,
così Laerte pel suo figlio Ulisse,
quando per mar secretamente andava.
Che guadagnò Priàmo, se lui visse
molti e molti anni, veggendosi morto
Ettorre inanzi a sé, se 'l ver si scrisse?
E poscia, per trovar qualche conforto,
morti molti figliuol in sua presenza,
vidde Polite essere ucciso a torto.
Non bastò al ciel questa crudel sentenza,
ché vidde la sua Troia esser disfatta
e lui ancor aver tal penitenza.
Non fu, Solone, di persona matta
la voce tua, quando tu dicevi:
«Solo nel fin filicità s'accatta».
O caro cittadin Marco, ch'avevi
sottomesso Cartagine a' Romani,
grandissima ragion se ti dolevi,
ché ti convenne tra popoli strani,
i qua' da te fùr già fatti suggetti,
gir mendicando 'l pan con prieghi vani!
E tu, Pompeo, che pur meglio aspetti
per viver lungo tempo, or che vergogna
t'è ora che 'n due parti il corpo getti?
Non fu macchiato di sì trista rogna
Lentul, che 'n gioventù finì 'l suo corso,
degno d'ogni gran mal, se 'l ver s'agogna.
Cetego e Catellina ancor tal morso
fuggiron di fortuna, e non troncati
finîr lor vita sanza alcun soccorso.
Voltatev'ora a que' che onorati
son suti di bellezza in quanti affanni
per lor bellezze si son consumati!
O Lucrezia gentil, che ne' prim'anni
della tua gioventù con propria mano
pigliasti morte per mostrar gl'inganni
ricevuti da chi con pensier vano
corromper volse la tua casta vita,
mostrando ne' suoi atti esser villano!
E tu, Virginea, ch'eri sì gradita
di tua bellezza, guarda che 'l tuo padre
vuol che non servi, ma che sia servita.
Quant'era meglio che tua cara madre
non avessi pregato ognor gli dei
che le bellezze tue fusson leggiadre!
Non aresti gustati tanti omei
che 'l tuo buon genitor t'avessi uccisa
per finir la quistion de' falsi e rei.
Sempre sarà e sempre fu divisa
beltà da pudicizia, e quest'è certo;
però non vestir mai simil divisa.
E ben che 'l tuo dottor sia stato sperto
in dimostrarti ogni moral virtute
e come del ben far s'ha ancor buon merto,
per questo non arai la tua salute
perché 'n tal modo el mondo è omai corrotto
che le lingue de' padri om sa far mute.
Lo spendere abbondante e buono scotto,
che doni ad altri, ti fa sempre ardito
a corromper ciascun, ben che sia dotto.
Or vedi come puoi esser gradito
del tuo figliuol, vedendol tu somesso,
per sua beltà ad ogni mal partito.
Degli adulterî ne farà sì spesso,
o costretto d'Amor o per denari,
ch'altro sperar ne puoi che tristo messo.
E se i pensier suoi fusson pur vari
da ogni corrutela e cosa vana,
fuggendo d'Amor sempre e morsi amari,
verranne quella che con mente strana
Ipolito mandò a' lochi oscuri,
perché non seguitò sua voglia insana.
Quanto son falsi e quanto son duri
i pensier d'una donna, quando vole
ch'alle sue triste voglie om sempre duri!
Quand'Amor la costringe, onde si dole,
non è cosa sì aspra e sì crudele
quanto essa, né sarà mai sotto el sole.
Non cura onestà né esser fedele;
spécchiati in Messalina e sta' qui fermo,
ch'alla mia barca più non vo' dar vele;
e pensa che col mondo om non ha schermo
e che son vani e prieghi al sommo Giove
che facciàn col pensier fallace e infermo.
Lascia adunque el governo a lui, che piove
le grazie tutte, e lui solo sia quello
che provvegga al bisogno che ti muove.
Non dubitare che filice ostello
troverrai nel suo regno imperïale,
e secondo il bisogno ogni mantello.
Ma tu, che nella zucca ha' poco sale,
cieco e da cupidigia ancor commosso,
cerchi quel che non sai s'è bene o male.
Non vo' però lasciarti tanto scosso
che non abbi da me qualche buon detto,
se pur al dimandar fussi percosso.
Se oferisci al Signor benedetto
per grazia aver da lui, non esser lento
a dirgli che ti dia buono intelletto,
e che 'l corpo sia sano e ben contento
coll'animo gentil, che mai non tema
di morte alcuna suo crudel pavento.
Ma credi veramente l'ora estrema
esser don di natura; e gran fatiga
portar ben possa, che niente il prema;
e che nell'ira mai non facci riga,
o desideri nulla, e ch'è meglio
d'Ercole le fatiche ed ogni briga
che con lussuria avere in man lo speglio
e viver con vivande, come fece
Sardanapal, lussurïoso veglio;
e che vogli virtù aver per vece
d'ogni mondana cosa,c'ha possanza
a liberarti d'ogni trista pece.
Chi vuole aver Prudenza per sua 'manza
i fatti tutti a lui propizî vede,
ben che si dichi che Fortuna avanza
e come dea nel cielo abbi sua sede.