LXXV – Bracciolini
Era nato del Sonno e de la Notte
Un certo Momo, libero nel dire
Tanto, che spesso con le spalle rotte
Or qua or là li convenia fuggire:
Ché le parole chiamano le botte,
Chi non le sa frenare e custodire:
Né mai pari a costui nel mondo visse
Per sollevar sedizioni e risse.
Gli Dei, perch'ogni dì ne' lor banchetti,
Messi su da costui, lingua perversa,
Per lo capo tiravansi i panchetti,
Piatti e boccali, e 'l néttare si versa;
Lo fecero sbandir per due trombetti
De la lor region lucida e tersa:
Indi, lungi costui, lunga stagione
Steron lassù senza mai far quistione.
Sbandito Momo, ad abitare ei prima
Si mise in mare: e vi durò ben poco:
Ché la lingua mordente più che lima,
Anco accendeva in mezzo a l'acque il foco;
Onde mandò da l'altra parte ed ima
Nettunno un suo Tritone umido e fioco,
Che 'l pigiò con le pugna, e poi sul collo
C' denti il prese, e fuor del mar gettollo.
Momo scaraventato, a i neri numi
De l'inferno avviossi: e poiché giunge
Sopra le ripe de' sulfurei fiumi,
Caronte il batte, e ne lo fa star lunge.
Torna il misero escluso a i chiari lumi
De l'aria; e col suo dir, che morde e punge,
Non trova né capanna unqua né tetto
Che ricovero a lui presti o ricetto.
Però, d'ogni città, d'ogni abitato
Paese a prima giunta il maldicente
Riconosciuto essendo e discacciato,
Come la peste, da tutta la gente;
Ei per necessità s'è ritirato
In un deserto, ove nessuno il sente,
E biasimando pur sempre a bocca piena,
Or con l'aria contende, or con l'arena.
In una grotta ei s'è venuto a porre,
Dove sta solo, e tutto dì sbadiglia:
Ché la sua compagnia ciascuno aborre,
E durar non può seco la famiglia:
Durar non può, perché a le ingiurie ei corre,
Senza distinzione e senza briglia;
E minacciando e servidori e fanti;
Chiamali il primo dì becchi e furfanti.