LXXV

By Giosue Carducci

L'avvoltoio, o fratello, il cuor mi lania

Con piaghe eterne e nuove:

Pazïente fratel di Mauritania,

Maledetto sia Giove!

Intorno a questo capo ove signore

Siede il pensiero eterno,

Intorno al sen che alberga tanto amore,

Stride perpetuo verno.

Libica estate a me le membra incende.

Io brucio: questa pietra

Del granito, che tienmi, al sol si fende

Con un tinnir di cetra.

In che peccai? La luce, etereo dono,

Arrisi in cuore e in volto

A l'uom: fatto ei l'avea triste e al suol prono,

Il re d'Olimpo stolto.

Vil tiranno! dieci anni a faccia a faccia

Gli stetti contro in guerra:

Vòlto in bruto, ei fuggì da le mie braccia

Tremando per la terra.

Ma io so ch'ei morrà, né per preghiere

Gli apro de i fati il velo:

Ond'ei del fulmin tutto dì mi fere,

Il vigliacco del cielo.

Pomi a me crescon, di sue mense invidia:

L'Esperidi ognor deste

Guàrdanli a me: oh in vano ei me gl'insidia,

Il ghiottone celeste.

Da lo scitico mare in lunghi manti

Le azzurre Oceanine

A me surgono, e d'inni e di compianti

Mi ghirlandano il crine.

E a me danzando vengono amorose

Le Pleiadi, fiorenti

Mie figliuole, d'eroi feconde spose,

Madri d'inclite genti.

Ferma Io la fatal fuga d'avante

A me, la fera faccia

Volgendo: io canto a la divina errante

La gloria ch'è in sua traccia.

Cirene a me ne l'odorata sera

Spande le trecce belle,

E pie traverso quella chioma nera

Mi rodono le stelle.

Come opposta s'incontra la corrente

Che da' due poli move.

Te il forte ad una voce e il sapïente

Maledicono, o Giove.