LXXV
L'avvoltoio, o fratello, il cuor mi lania
Con piaghe eterne e nuove:
Pazïente fratel di Mauritania,
Maledetto sia Giove!
Intorno a questo capo ove signore
Siede il pensiero eterno,
Intorno al sen che alberga tanto amore,
Stride perpetuo verno.
Libica estate a me le membra incende.
Io brucio: questa pietra
Del granito, che tienmi, al sol si fende
Con un tinnir di cetra.
In che peccai? La luce, etereo dono,
Arrisi in cuore e in volto
A l'uom: fatto ei l'avea triste e al suol prono,
Il re d'Olimpo stolto.
Vil tiranno! dieci anni a faccia a faccia
Gli stetti contro in guerra:
Vòlto in bruto, ei fuggì da le mie braccia
Tremando per la terra.
Ma io so ch'ei morrà, né per preghiere
Gli apro de i fati il velo:
Ond'ei del fulmin tutto dì mi fere,
Il vigliacco del cielo.
Pomi a me crescon, di sue mense invidia:
L'Esperidi ognor deste
Guàrdanli a me: oh in vano ei me gl'insidia,
Il ghiottone celeste.
Da lo scitico mare in lunghi manti
Le azzurre Oceanine
A me surgono, e d'inni e di compianti
Mi ghirlandano il crine.
E a me danzando vengono amorose
Le Pleiadi, fiorenti
Mie figliuole, d'eroi feconde spose,
Madri d'inclite genti.
Ferma Io la fatal fuga d'avante
A me, la fera faccia
Volgendo: io canto a la divina errante
La gloria ch'è in sua traccia.
Cirene a me ne l'odorata sera
Spande le trecce belle,
E pie traverso quella chioma nera
Mi rodono le stelle.
Come opposta s'incontra la corrente
Che da' due poli move.
Te il forte ad una voce e il sapïente
Maledicono, o Giove.