LXXV

By Giuseppe Parini

M'ha invitato a ballar ieri ser Nanni

in cima quattro scale sotto un tetto.

Dall'una banda era appoggiato un letto,

e dall'altra un armadio con tre scanni.

Da un'altra parte v'erano de' panni

sur un appiccatoio, e a dirimpetto

il focolar, la pentola, il soffietto,

le stoviglie e uno spiedo che ti scanni.

In un cantuccio v'erano de' piatti

posti s'un acquaiuol mezzo distrutto,

uno sgabello e due cenci disfatti.

Del resto v'era luogo dappertutto

di saltare in un mucchio come i gatti,

v'era il bisogno, vi mancava tutto.

I sonatori a lutto

suonavan una razza di strumenti

che ti metteva i brividi ne' denti.

Ambidue gli occhi spenti

aveva l'uno, e l'altro era storpiato,

e un, che come un ladro era stracciato,

ci vedeva sol da un lato.

Le sonate ch'avean in mente fitte,

eran di quelle che facea Davitte.

Stavano ritte ritte

in sulle panche che parean steccate,

certe brutte fanciulle indiavolate.

Eran tutte malate:

chi aveva 'l cacasangue e chi la tosse,

chi non cacava e chi avea le mosse:

e la meno che fosse

avea la rogna, avea il mal franzese,

e 'l benefizio non avea del mese.

Un scopator di chiese,

un beccamorto, un zaffo, un ciabattino,

un gabelliere, un lanzo ed un facchino

ed anche un chierichino

de que' che in chiesa servono alle monache,

un oste, un cuoco e, per finir le cronache,

due frati senza tonache,

con certi visi di bertucce o monne

facean conversazion con quelle donne,

a cui putìan le gonne

d'un odor d'ogni sorta di malanni.

Oh i begli inviti che mi fa ser Nanni.