LXXV
Qual pena, lasso, è sì spietata e cruda
giù nel gran pianto eterno,
che nel mio petto interno
via maggior non la senta l'alma stanca?
La qual, dannata in questo vivo inferno,
trema nel foco ignuda,
e nel ghiaccio arde e suda,
e tra speme e paura arrossa e 'mbianca.
Così dì e notte manca,
né col mancar degli anni
manca di tanti affanni;
c'Amor, del mio mal vago, vuol che sempre
si strugga e si distempre,
e per amenda de' passati danni
abbia a cercar le pene ad una ad una
et in sé sola poi soffrir ciascuna.
Tra le infide sorelle al mesto fiume
(ahi fatiche diuturne!)
il dì mille e mill'urne
torna ad empir, tutte di fondo scosse;
né per riposo mai d'ore notturne,
per caldi né per brume,
cessa dal suo costume,
sì com'ella di lor pur una fosse;
e se mai duol la mosse,
trovando esauste e vòte
di tristo umor le gote,
sùbito torna indietro sospirando.
Così sempre iterando
sua desperata via per l'orme note,
da quella schiera mai non si divise,
poi che sua libertà di notte ancise.
Indi dal suo voler fallace e strano
tirata al grande assalto,
per un poggio aspro et alto
ripinge un sasso faticoso e greve;
il qual, cadendo poi di salto in salto,
fa che sovente al piano
quella dolente in vano
discenda e s'affatiche in tempo breve
mille volte, e rileve
l'usato peso, e mai
non reste d'aver guai,
poggiando ognor ne la speranza prima;
e poi ch'è in su la cima,
ricaggia in pena più noiosa assai.
Così Sisifo in lei si vede, ahi lasso!,
e 'l salire e 'l cadere, e 'l monte e 'l sasso.
Al dolce suon de' rivi freschi e snelli
sitibunda poi sede;
e, quando ber si crede,
l'acqua da' labri s'allontana e fugge.
Né meno intorno agli occhi ancor si vede
da' bei rami novelli
frutti pender sì belli,
che, sol mirando, si consuma e sugge.
E chi così la strugge,
perché 'l duol sia maggiore,
li fa sentir l'odore
inchinando vèr lei li carchi rami;
onde conven che brami
e sol d'ombra si pasca e del suo errore,
non stringendo altro mai che vento e fronde,
e sia Tantalo posta in mezzo l'onde.
Né questo ancor, quantunque acerbo e forte
sia 'l martir che sostene,
l'afflige in tante pene,
ma via maggior agli altri un se n'aggiunge:
ché, se 'l dì mille volte a pianger vène
la sua spietata sòrte,
mille sente la morte
che con finto terror l'assale e punge;
e parli or presso or lunge
vedersi in su la testa
una selce funesta
con ruina cadere e con spavento,
né scema un sol momento
la paura e 'l dolor che la molesta.
Misera, or non è meglio un chiuder d'occhi
c'a tutt'or aspettar che 'l colpo scocchi?
In una rota poi volubil molto
vede a forza legarsi,
et in giro voltarsi
col vento sempre, senza aver mai posa.
Ahi stelle, ahi fati nel mio ben sì scarsi,
come da quel bel volto
m'avete escluso e tolto?
E l'alma più nel ciel tornar non osa,
poi che la sua nascosa
speranza discoverse,
e 'l suo desire aperse
a tutto 'l mondo, che celar devea;
onde quella sua dèa
con ragion sì turbata a lei s'offerse.
Or par che nel girar si fugga e segua.
né, fuggendo o seguendo, ha pace o tregua.
Al fin conven che per l'antiche colpe
stia resupina in terra,
a sostener la guerra
d'un volt¢r famulento, aspro e rapace;
lo qual, poi che col becco il petto afferra,
par che la snerve e spolpe;
unde è ragion che incolpe
se stessa e 'l suo pensier vano e fallace,
che la fe' troppo audace
in cercar, per suo male,
tentar cosa immortale.
E, per più doglia, il cor sempre rinasce,
e del suo danno pasce
quel fier, che, più degiuno, ognor l'assale.
C'or l'avess'ei già roso e svelto in tutto!
poi che d'ogni mia speme è questo il frutto.
Canzon mia, mai nel cielo
tra li beati spirti
non fui; ma vo' ben dirti
che 'l fonte ond'esce si perpetua noia
trapassa ogni altra gioia;
tal che potrai, s'Amor vorrà seguirti,
di selva in selva gir gridando ch'io
né vita più né libertà desio.