LXXV

By Lorenzo de' Medici

Quelle vaghe dolcezze, che Amor pose

ne' due belli occhi dove ancor lui siede,

lasciando, per venirvi, il terzo cielo;

e gigli, le viole e fresche rose,

l'onesto e bel sembiante che merzede

nascosta tien sotto il leggiadro velo,

quando costumi e pelo

dovria mutare, or ritornar mi fanno

in quei lacci amorosi ove già m'ebbe

Amor, finché l'increbbe

di me, misero lasso!; e forse or vuole

ristorar quell'affanno,

sì come a veritier signor conviensi:

e però il chiaro Sole

offerse al cor, né vuol che ad altro pensi.

Quanta biltà già mai fu in donna bella

posto ha in costei, e in me quanto amore

portar si puote a sì leggiadra cosa.

Né fiamma arse già mai, sì come quella

ch'arde e consuma il fortunato core,

qual lieto al foco si quieta e posa.

Quella vita amorosa,

la qual mi fece un tempo odiar me stesso,

ritornar sento, ma cangiato ha sorte;

ché più felice morte

sì dolce mi parre' che vita, allora

che, stando al mio ben presso,

né pene sento, né dolore alcuno.

Sol mi dolgo quell'ora

che l'occhio è del suo ben privo e digiuno.

Quanto appaga il mio cor quella valletta

ove o per maraviglia spesso viene

il Sole a starsi o come Amor lo tira!

Quanto contenta l'alma mia un'Auretta,

la qual empie il mio cor d'accesa spene

sì dolcemente, e sì suave spira,

che la tempesta e l'ira

del mare acquetere', qualor più freme!

L'onda, più chiara che cristallo od ambra

della felice Zambra,

col dolce mormorio talor m'allieta,

e talor meco geme,

ché piange e ride, come il mio cor face.

L'ire e li sdegni acqueta

per questo Amore, ond'io ho tanta pace.

E ben credo sare' come già fue

verso il mio core, e la sua crudeltate

dimosterrebbe per antica usanza,

se non che lei con le parole sue

lo muove âver di me maggior pietate,

la cui bellezza le sue forze avanza;

e già tanta possanza

Amor gli ha data, che non sol me sforza

ma lui di tanta maraviglia ha cinto,

che al fin se stesso ha vinto.

Veggo or per pruova che ogni gran potenza

è sotto maggior forza:

ella me vinse e lei, vittrice, Amore;

né poi fe' resistenza

Amore alla sua forza e al suo valore.

Come in su be' crin d'òr verde ghirlanda

fa l'òr parer più chiaro e più lucente,

e l'auree chiome il verde assai più snello,

così quella pietà che al cor li manda

Amor, fa sua biltà più eccellente

e più, grata pietà, l'aspetto bello;

ché l'un per l'altro è quello

che fa ciascun per sé più caro e degno:

perché val poco alfin quella pietate

dove non è biltate;

biltà sanza pietate è viva morte,

e passa ogn'altro sdegno

quel ben ch'altri disia, se n'è disiunto.

Pietà, biltà, consorte,

Amor ha in lei e la Natura aggiunto.

Questa coniunzione una armonia

sì dolce fa, che ogni altro dolce passa,

né il dolor sol, ma il cor metto in oblio.

Queste eccellenzie della donna mia

fan lieta l'alma allor quando è più lassa,

ché gran contento segue il gran disio.

Amor, poi che sì pio

se' verso me, per qual cagione avvenga,

di sì felice sorte io ti ringrazio;

temo sol che lo spazio

del viver sia, più ch'io non vorrei, brieve,

e 'l troppo dolce spenga

per morte in me del mio ben la radice;

ma non mi parrà grieve

il fin però, morendo sì felice.

Canzona, in quella valle

andrai, dov'è il mio cor, ch'è sempre aprica,

sopra il fresco ruscello:

lì ti dimorerai lieta e soletta;

fa' parola non dica:

statti ove spira una gentil Auretta.