LXXV

By Auteur inconnu

D’Ungheria paese siamo

che per gnerra qui fuggiamo.

Siam poco usi a guerreggiare,

ma star sempre in vita lieta.

Belle donne, festeggiare,

ce lo dà il nostro pianeta.

Vener bella ci divieta

seguir Marte acerbo e strano.

Noi udimmo là per fama

quanto è bella vostra terra;

de’ costumi e d’ogni dama:

chi la loda già non erra.

Per fuggire affanno e gnerra

e per dame qui venghiamo.

Dunque, o donne graziose,

i nostri ungheri accettate.

E’ son buoni a molte cose,

purché voi gli adoperiate.

Serviranvi verno e state:

d’ogni tempo lo facciamo.

Mai fu d’ungheri un tale seme

sì fornito o sí perfetto.

Se alcuna di noi non teme,

ne potrà vedere l’effetto.

Mai sentisti tal diletto

qual son gli ungheri meniamo.

Quando gli ungheri si gettano,

séntesi un rammarichio.

Ma pur poi alfin si nettano,

o si restano al bacìo.

Sanza gl’ungheri, al pare’ mio,

ben par l’uomo debole e vano.

Noi siamo tutti ben forniti

sanza altrui dare istropiccio:

né bisogna molti inviti,

ché n’abbiamo sempre capriccio.

Per iscuotervi il pelliccio,

fin da Buda qui trattiamo.