LXXVIII – Soldani
È un uom che ne l'esterno
È tutto pio, tutto devoto: e tengo
Che ada ciò non dissenta anco l'interno.
Ver è che alcune cose io non rinvengo
A questa sua bontà com'egli accordi:
Dal giudicarne mal (Dio 'l sa) m'astengo.
Il litigar ch'ei fa, non so se scordi
Da quel lasciare il saio a chi 'l mantello
Ci toglie, che il Vangel par che ricordi.
Oh non ci obbliga a nulla: perché quello
È un consiglio; che non osservato,
Non rende l'uomo a Dio però rubello.
Stan ben: me lo so anch'io: ma chi 'l beato
Vuol far quaggiù, conviengli esser composto
D'una sola materia in ogni lato.
Il capo che sia d'or, non fa composto
Col piè di creta: il dimostrò a Nabucco
Il suo fantoccio, che cadde ben tosto.
Il far da bacchettone, è badalucco
Divenut'oggi; e il popol vi si getta
Qualor da qualcun altro umore è stucco.
Ma perché tal bontà non è concetta
Per entro a' cuor, ne' fatti non risponde,
Com'in certe apparenze, sì perfetta.
Spiega le proprie e l'accattate fronde
L'arbor che in qualche ramo sol s'innesta;
Ma se lo 'nserto in mezzo al tronco asconde,
D'un verde sol s'inghirlanda la testa,
E un sol umor ne' suoi rami diffuso,
D'una sol buccia tutt'i frutti appresta.
Ben resterà del suo creder deluso
Chi tutte l'opre aspetta d'un sapore
Da' santi che ci stampa il modern'uso.
Rade volte addivien che quell'umore
Che tutti gli altri eccede, si reprima:
Sicché se un uom d'un altro appar migliore,
Non è che più di quel la spoglia opima
Di se stesso riporti; ma s'abbatte
Che in tal umor manco velen s'imprima.
Talun fa 'l bravo e volentier combatte
Con chi non si rivolge; che se 'l dente
Gli è mostro, per fuggir le gambe ha ratte.
Tu fai 'l casto perché ne i lombi hai spente
Le faci; e quel vigor che 'l senso instiga,
Del tutto giace in te freddo e anguente.
Ma febbre più maligna ti gastiga;
Febbre che non s'accende entro le vene,
Ma par che l'apprensiva solo affliga.
Quest'è l'ambizion, che a l'uom non viene
Per cosa che sia annessa al suo figmento,
Come Venere è 'lcibo che 'l sostiene;
Ma par ch'ella abbia il letto e il nutrimento
In un falso discorso, che ci mostra
Per real sussistenza e l'ombra e il vento.
Ingaggi altri con altri la sua giostra:
Quest'è la propria tua fatal nemica:
Prendi dunque del campo, e seco giostra.
E finché non l'abbatti, alcun non dica
Che tu sia santo: tienti santo allora
Che con lei non avrai briga o fatica.
Anzi non ti tener: ché quando ancora
Abbattuta tu l'abbia, e che non pregi
Il fasto, che cotanto il mondo adora;
Può esser nondimen che tu 'l dispregi
Con altro fasto, e la giornea t'allacci
Tropp'alto, e troppo estimi i propri pregi.
'N sacco rattoppato, in quattro stracci,
Ne l'umiltà, nel disprezzo del mondo
Sovente la superbia ha teso i lacci.
Quel ghigno mansueto, quel giocondo
Parlare, e quella faccia sì tranquilla
Celan mostri più fieri giù in quel fondo,
Che ne' latranti fianchi non ha Scilla;
Scilla, che i legni e i naviganti ingoia
Là dove il mare in sasso convertilla.
Guarti come da febbre onde si muoia,
Di toccar ad alcun di questi santi
Cosa che un po' gli sturbi o rechi noia.
Alcun non sia che in quegli umor peccanti
Che dicemmo di sopra, gli attraversi;
Se comperar non vuol liti a contanti.
Quel si picca di dotto: vagli a' versi;
Fa che, non solamente le parole,
Ma che i pensier da' suoi non sien diversi.
Nega, se nega, ch'e' riluca il sole;
Di cosa alcuna non formar concetto
Né più qua né più là di quel ch'e' vuole.
Adunque devo il mio franco intelletto,
Che né pure anco il Cielo ha in sua balìa,
A l'arroganza altrui render suggetto?
Sì, se non vuoi che un campanel ti sia
Appiccato di dietro, ch'Epicuro
Tu segua, o altra sorte d'eresia.