LXXVIII

By Bernardo Pulci

Nell'età pronta, giovinile e vaga,

quando i nostri desir, ferventi e sciolti,

apron nel petto l'amorose chiavi,

l'anima bella, del suo mal presaga,

turbata e i sensi desïosi e volti

per inculti sentier, rigidi e pravi,

con atti onesti e gravi

m'aparve inanzi una benigna idea,

che tolto a Citerea

avrebbe fama e fatto invidia ' Apollo,

con un diamante al collo,

vestita a verde e le sua trecce d'oro

coronate d'ulivo e sacro alloro.

La sua man destra grazïosamente

a me dubbioso sorridendo porse,

formando di sua voce un dolce sòno:

«O cieca, stolta e desïosa mente,

che t'ha fatto di te più volte in forse,

cercando ne' begli occhi van perdono,

perché più caro dono

non cerchi conseguir con degno effetto,

cacciando via del petto

questo folle pensier, questa impia voglia,

che ti divide e spoglia

di quella luce dove al fin si spera

ogni nostra salute, unita e intera?»

Così parlando, al fin d'un basso loco

mi trasse accortamente, e poscia i passi

volse per un camin serrato ed erto.

Ond'io, che drento già sentiva il foco,

cogli occhi gravi, tenebrosi e bassi

segui', come colei mi fece esperto,

fin che in un colle aperto

giugnemo; e stanco, rimirando intorno

un verde prato adorno

di freschi rivi ed arbuscelli spessi,

laür, faggi, cipressi,

dov'è Febo già caldo, all'ombra intenti

rendevan fuor gli uccei grati concenti.

Nel mezzo un chiaro e delicato fonte,

ove sedevan nove donne belle

parlando cose gravi al nostro ingegno,

a lor fatto vicin, chinai la fronte

alle dolci acqui per gustar di quelle,

sì che ciascuna il viso empié di sdegno.

Madonna mi fé segno

ch'io ritornassi indietro e poi sogiunse:

«Qual gran voler ti punse

tentar cosa ch'a pochi ha dato il cielo?

Cangerai prima il pelo

che tu possi libar di quel che brami,

o côr solo una fronde d'esti rami.»

Poi, detto questo, m'accennò con mano,

alquanto sopra noi levato in alto,

un loco assai repente e pien di spine.

E cominciò con un sembiante umano:

«Lassù, dove tu vedi il duro smalto,

si stanno liete sette gran regine,

che cose alte e divine

contemplon sempre. Il lor degno negozio

è sempre uno equinozio,

né pioggia o nube o venti mai l'offende.

Di quivi si comprende

ciò che si copre al mondo; è lor liquori

ambrosia e nettar con suavi odori.

Non è lecito a alcun la gran salita

sanza gran merto o sanza fida scorta;

così Chi tutto regge far gli piacque.

Quanti già colla mente troppo ardita

si son perduti nel cercar la porta,

non avendo bevute di queste acque!»

Così detto, si tacque

e con l'ultimo suono abassò il viso;

poi, dopo un dolce riso,

si partì salutando assai veloce.

Io mossi in van la voce

per ringraziarla, e già più d'una volta,

né mai s'intese la parola sciolta.

Tornava indrieto a rimirar la vista

tante cose e sì degne, e le parole

scolpite eran nel cor d'altro che 'nchiostro;

e meco, con desio di doglia mista:

«O celeste bellezze, o vago sole,

ch'a me sì grato inanzi ti se' mostro,

o cieco e duro chiostro,

lasso, dov'io sofferto ho tanti affanni,

perché ne' mia primi anni

non volsi gli occhi a rimirar costei,

che forse i passi miei

avrebbe scorti a seguitar coloro

che posson dar perfetto ogni tesoro?»

— Canzon, se mai parlar ti lice in terra,

benché ornata non sia di quelle spoglie

che ti dovevan far tra l'altre accetta,

racconta quanto si vaneggia ed erra,

seguendo sempre queste umane voglie

dove nulla speranza è mai perfetta,

e quanto ben s'aspetta

per chi drieto a costor dirizza l'ale,

che fan dopo il morire altri immortale.