LXXVIII

By Giovanni Prati

Com´io requio da sensi e da fortuna,

e, se non chiuse, le palpèbre ho chine,

e da le nubi la quieta luna,

migrando, arriva su´ miei vetri alfine;

le memorie del tempo, una per una,

passan su l´ombra delle mie cortine,

vergin in bianca vesta o in vesta bruna,

con fior di giglio o di narciso al crine.

Porta ciascuna un noto volto, e move

casi lontani; e dietro sé, passando,

lascia un riso o un sospir ch´io non descrivo.

E spesso una di lor, così vuol Giove,

tal parlo a me ne´ sogni miei, che, quando

riveggio il roseo dì, piango esser vivo.