LXXX – Testi
Scioglie dal lito ispan ligure abete,
Che d'immensi tesori,
Prede al mar destinate, il ventre ha carco:
Come scitico stral spinto da l'arco,
Vola fra i salsi umori,
Gravido i tesi lin d'aure quiete.
Ecco improvviso il ciel balena e tuona;
Da l'antro Eolo sprigiona
La turba impetuosa; orrida cresce
L'onda, cui più d'un vento agita e mesce.
Sospiroso il nocchier cala le vele,
E con provvida destra
Fra le cieche procelle il timon gira:
Ora l'indica pietra, ora il ciel mira.
Ma null'arte maestra
Giova contra il furor d'Austro crudele:
Egli de le tenaci ancore adonche
Già le ritorte ha tronche:
Onde al nocchier, ne l'ultimo periglio,
Somministra il timor sano consiglio.
Ne le miserie sue prodigo ei fatto,
Sazia del mar le voglie;
Getta le merci entro le vie profonde.
Sparse veggonsi allor notar per l'onde,
Le preziose spoglie,
Che fin da l'India avida gente ha tratto;
De gli ori intensi e de' filati argenti
Fansi ludibrio i venti:
Ma il legno, che parea pur dianzi assorto,
Scarco di lor, se ne ricovra in porto.
Frate, so be che 'l procelloso regno
Ov'ha Nettuno impero,
Solcar non vuoi con temeraria prora:
Ma il mar del mondo ha i suoi perigli ancora;
E non senza mistero
Del provvido nocchier l'arte t'insegno.
Quel lusinghier desio, che sì t'alletta,
Sgombra da l'alma; e getta
Quelle speranze ingannatrici: e l'alma
Ne le tempeste sue troverà calma.
Non hanno (ed a me 'l credi) altro che 'l nome
Di vago e spezioso
Queste che 'l mondo insan grandezze appella.
Faccia amico destin, propizia stella,
Che d'ostro luminoso
Ti cinga un giorno il Vatican le chiome:
Nel grado eccelso, infra gli onori immensi,
Guerra faranti i sensi;
Né più lieto sarai di me, che privo
D'ogni splendor, fra queste selve or vivo.
Pur che grandini acerbe, o nebbie oscure,
De gli angusti miei campi
Scender non miri a dissipar le spiche;
Pur che d'autunno, in queste piagge apriche,
Vegga imbrunir a i lampi
Di temperato Sol l'uve mature;
Più queto i' dormirò fra le nud'erbe,
Ch'altri sotto superbe
Cortine d'oro, ov'albergar non ponno
Lunga stagion la sicurezza e 'l sonno.
O più de l'alma mia caro a me stesso.
Tu rompi le mie paci,
Tu col tuo duol turbi i miei dì sereni.
Deh, lascia i sette colli, e qua ne vieni,
Qua, dove a le mordaci
Cure non è di penetrar concesso.
Che se 'l Ciel ti destina alte venture,
In queste selve oscure
Ben trovarti saprà. Più d'Argo ei vede,
E spesso innalza più chi men sel crede.
Vòto il cor di speranza e di desio,
Fra solinghe campagne
Il pastorello ebreo l'ore spendea:
E allor ch'in oriente il dì nascea,
Usciva a pascer l'agne
Su la costa del monte, o lungo il rio;
Ed ei d'arpa gentile al suono intanto
Dolce snodava il canto,
E consacrava, in mezzo a gli antri ombrosi,
Al motor de le sfere inni festosi.
Ecco re di Sionne il Ciel l'elegge
In mezzo a le foreste;
E di sacro liquor l'unge il profeta.
O prudenza ineffabile e segreta
De la mente celeste!
A le bell'opre tue chi può dar legge?
Cangiar la verga in scettro in un momento,
E di rettor d'armento
Farsi rettor d'eserciti e d'imperi!
Così va:molto avrai se nulla speri.