LXXX – Testi

By Giacomo Leopardi

Scioglie dal lito ispan ligure abete,

Che d'immensi tesori,

Prede al mar destinate, il ventre ha carco:

Come scitico stral spinto da l'arco,

Vola fra i salsi umori,

Gravido i tesi lin d'aure quiete.

Ecco improvviso il ciel balena e tuona;

Da l'antro Eolo sprigiona

La turba impetuosa; orrida cresce

L'onda, cui più d'un vento agita e mesce.

Sospiroso il nocchier cala le vele,

E con provvida destra

Fra le cieche procelle il timon gira:

Ora l'indica pietra, ora il ciel mira.

Ma null'arte maestra

Giova contra il furor d'Austro crudele:

Egli de le tenaci ancore adonche

Già le ritorte ha tronche:

Onde al nocchier, ne l'ultimo periglio,

Somministra il timor sano consiglio.

Ne le miserie sue prodigo ei fatto,

Sazia del mar le voglie;

Getta le merci entro le vie profonde.

Sparse veggonsi allor notar per l'onde,

Le preziose spoglie,

Che fin da l'India avida gente ha tratto;

De gli ori intensi e de' filati argenti

Fansi ludibrio i venti:

Ma il legno, che parea pur dianzi assorto,

Scarco di lor, se ne ricovra in porto.

Frate, so be che 'l procelloso regno

Ov'ha Nettuno impero,

Solcar non vuoi con temeraria prora:

Ma il mar del mondo ha i suoi perigli ancora;

E non senza mistero

Del provvido nocchier l'arte t'insegno.

Quel lusinghier desio, che sì t'alletta,

Sgombra da l'alma; e getta

Quelle speranze ingannatrici: e l'alma

Ne le tempeste sue troverà calma.

Non hanno (ed a me 'l credi) altro che 'l nome

Di vago e spezioso

Queste che 'l mondo insan grandezze appella.

Faccia amico destin, propizia stella,

Che d'ostro luminoso

Ti cinga un giorno il Vatican le chiome:

Nel grado eccelso, infra gli onori immensi,

Guerra faranti i sensi;

Né più lieto sarai di me, che privo

D'ogni splendor, fra queste selve or vivo.

Pur che grandini acerbe, o nebbie oscure,

De gli angusti miei campi

Scender non miri a dissipar le spiche;

Pur che d'autunno, in queste piagge apriche,

Vegga imbrunir a i lampi

Di temperato Sol l'uve mature;

Più queto i' dormirò fra le nud'erbe,

Ch'altri sotto superbe

Cortine d'oro, ov'albergar non ponno

Lunga stagion la sicurezza e 'l sonno.

O più de l'alma mia caro a me stesso.

Tu rompi le mie paci,

Tu col tuo duol turbi i miei dì sereni.

Deh, lascia i sette colli, e qua ne vieni,

Qua, dove a le mordaci

Cure non è di penetrar concesso.

Che se 'l Ciel ti destina alte venture,

In queste selve oscure

Ben trovarti saprà. Più d'Argo ei vede,

E spesso innalza più chi men sel crede.

Vòto il cor di speranza e di desio,

Fra solinghe campagne

Il pastorello ebreo l'ore spendea:

E allor ch'in oriente il dì nascea,

Usciva a pascer l'agne

Su la costa del monte, o lungo il rio;

Ed ei d'arpa gentile al suono intanto

Dolce snodava il canto,

E consacrava, in mezzo a gli antri ombrosi,

Al motor de le sfere inni festosi.

Ecco re di Sionne il Ciel l'elegge

In mezzo a le foreste;

E di sacro liquor l'unge il profeta.

O prudenza ineffabile e segreta

De la mente celeste!

A le bell'opre tue chi può dar legge?

Cangiar la verga in scettro in un momento,

E di rettor d'armento

Farsi rettor d'eserciti e d'imperi!

Così va:molto avrai se nulla speri.