LXXXI
Corre 'l sesto anno, s'al contar non fallo,
Scotto, che a far più chiaro il vostro nome,
dal re chiamato, andaste in Portogallo:
e fra me stesso ripensando come
sì lungo tempo in lacrimare ho speso,
io mi sento arricciar tutte le chiome.
Quel dì che vi partiste, il sol conteso
ne fu da la sorella, e quel dì fue
da più bel lume il mio intelletto offeso:
patiro eclisse in un giorno ambidue,
ma Febo un'ora e l'intelletto mio
ben cinque anni smarrì le forze sue.
Dunque, se tardi scrivo, è sol perch'io
in così cieco e tenebroso stato,
gli amici posi e me stesso in oblio:
ma se muto con voi sin qui son stato,
da troppo affanno oppresso, io ricompenso
con lunga istoria il mio tacer passato.
Dirò qual fosse il mio bel foco e penso
poter parlar con voi liberamente,
ch'ancor voi foste in simil fiamme accenso;
e Licorida il sa, che fu possente
farvi smarrir tutti gli spirti un giorno
ad un sol motto più che stral pungente.
Quel vi trasse a Bologna illustre scorno
ad imparar ciò che Ulpiano insegna,
e dotto e saggio fêste a noi ritorno;
indi colui che in Lusitania regna,
seco vi volse e fa col saper vostro
la scuola di Coimbria assai più degna.
Ma riserbando a più purgato inchiostro
le vostre lodi, torno a le mie pene,
ch'altrove scritte e ne la fronte mostro:
voi, come a l'amicizia si conviene,
ben mi sarete d'un sospir cortese,
se questo suon tant'oltre a voi ne viene.
Io dico che quel giorno Amor mi prese,
che nel vostro partir sì lunga schiera
a farvi scorta insino al Tebro scese.
Su la riva del fiume in quel punto era
gentil garzone di bellezze conte,
che si sedea su l'erba in vista altiera:
le costui dolci parolette pronte
fùr le mie reti e le maniere accorte
che con voi tenne nel varcar del ponte.
L'avea bene io le sue fattezze scorte
altre fiate, ma quel giorno fôro
che mi strinsero al cor nodo sì forte:
la bocca, gli occhi, il fronte e 'l bel lavoro
del crin vinceva (e son nel mio dir parco)
rubin, perle, zaffiri, avorio ed oro.
Porti Giove lo strale e Febo l'arco,
Marte lo scudo, e quel bel volto miri
e fugga poi, se può, di lacci scarco.
O mio folle desio, tu pur mi tiri
a ricordar quel volto, oimè! da cui
non ebbi mai se non guerra e martìri!
Ah che fu meglio lacrimar per lui
che gioir per qualunque, e la bellezza
sua riverir che posseder l'altrui!
E s'egli sempre t'ha sprezzato e sprezza
a la tua indegnitate il tutto ascrivi,
non a sua crudeltà né a sua durezza;
e se par che i tuoi passi ancòra schivi,
tu da lungi l'inchina e con lo spirto
sempre l'adora e di lui parla e scrivi.
Di' come al crine inanellato ed irto
in quel giorno tessea Venere e Flora
qual ghirlanda di rose e qual di mirto;
di' come il biondo suo vince e scolora
l'ambra, il topazio, l'oro e qual somiglia
che nel ciel pinge al suo partir l'aurora;
de la fronte il sereno e de le ciglia
il sottil arco e 'l ben locato naso,
che stupir fanno altrui di maraviglia.
Ma qual musa di Cinto o di Parnaso
scende a parlar de le due chiare stelle
che fùr del viver mio l'orto e l'occaso?
Il ciel non vide mai luci sì belle:
qui pose Amor l'insegne e: — Queste — disse —
sieno i miei lacci, i dardi e le facelle. —
Vidi, tenendo in lor mie luci fisse,
versar gioia, dolcezza e grazia e quanto
ne le tre suore il Fiorentino scrisse:
quel non so che divino e da lui tanto
e dagli altri accennato e non espresso,
si scorgea chiaro in quel bel lume santo;
e, se non era il batter gli occhi spesso,
tanto splendor mirando, io sarei morto,
da soverchia dolcezza il core oppresso.
Paradiso terreno e celeste orto
dirò le guance, dove eterno aprile
tra rose e gigli siede a suo diporto;
corallo, avorio o cosa altra simile
de la sua bocca al bel vermiglio, al bianco,
ed al parlar non giunge alcuno stile;
né ritrar posso col mio dir già stanco
e le mani e le braccia e 'l petto e 'l collo,
le gambe e i piedi e l'uno e l'altro fianco.
Nudo il bel corpo s'alcun mai mirollo,
sembra la dea che 'l Vatican vagheggia
in vivo marmo col suo chiaro Apollo.
O fermi gli occhi o giri, o vada o seggia,
o parli o taccia, o sia pensoso o lieto,
di grazia Pito e Pasitea pareggia.
Col ciglio, che può far tranquillo e queto
il mar, quando è più irato, a me si volse.
affabile, benigno e mansueto;
e fra cinqu'altri che in disparte accolse,
io fui pel sesto al bel numero eletto,
come Fortuna, Amore e 'l Destin volse.
Così, fuggendo 'l sole, a noi fêr letto
sotto grat'ombre, fresch'erbette e nove
e sino a sera stemmo in quel diletto.
Io non potea rivolger gli occhi altrove
che nel bel viso e contemplava intento
quei divini occhi da far arder Giove:
vedea l'erba fiorir, fermarsi 'l vento,
pur che movesse piede o braccio o mano
e gli rideva intorno ogni elemento:
mi sembrava celeste e non umano
il riso, il canto, il suon de la favella
e d'ogni indegnità sempre lontano.
Sicilia ancor di Galatea favella;
ma simile a costui mai non vedremo,
e l'età prisca venga e la novella.
Non discoperse mai vela né remo
del vostro re sotto 'l più ardente clima
sì novo antropofago o polifemo,
che non avesse l'amorosa lima
sentita al muover di sì dolci rai
e giù deposta ogni fierezza prima.
Era di maggio e gli uccelletti gai
ragionavan d'amore e l'erbe e l'acque:
qual maraviglia poi s'io m'invescai?
Quanto poi vidi dopo lui mi spiacque:
ma, com'egli s'accorse, ebbe più a schivo
la vista mia ch'a me la sua non piacque;
e me n'andai d'ogni sua grazia privo,
ed era di mercé chiamar già roco,
per lungo spazio ognor fra morto e vivo.
o sentia consumarmi a poco a poco
né sapea disamar né trovar modo
che non prendesse ogni mio male a gioco;
alfin, come pur d'Ifi infelice odo
con altro laccio, se maggior paura
non m'affrenava, avria troncato 'l nodo.
Io godea sol per furto e per ventura
la disiata vista e i cari accenti,
né più chiedea la mia voglia alta e pura:
convien ch'io formi tutt'il giorno e tenti
nove chimere e nove imprese e cange
vari costumi e luoghi e varie genti.
Crispo allora, nostr'Argo, il duol che m'ange
vede e me spinge a custodire 'l gregge
nel sasso che Sentino arrota e frange.
O infortunata mandra, a te pon legge
un miser servo, e chi de' sensi è fuore
le pecorelle tue governa e regge!
Non per assenzia scema il cieco ardore;
valli profonde cerco, erte pendici;
ma sempre al fianco io mi ritrovo Amore.
Oh quante volte i miei lumi infelici
lacrimando volgea verso quel cielo
che più ricopre i nostri colli aprici!
Squarciato alfin d'ogni rispetto il velo,
torno bramoso a riveder quel volto
ch'al cor mi fisse 'l velenoso telo.
Veggio i begli occhi e le parole ascolto:
tanto ciascun per me travaglia e prega
ch'io son da lui benignamente accolto;
e compartir talor meco non niega
suoi dolci spassi e boscarecci studi
e, come a fido, ogni pensier mi spiega;
ed io gli scopro i miei candidi e nudi
senza alcun neo; ma contra un cor maligno
non valsero al mio scampo elmi né scudi,
Un ch'era dentro corvo e di fuor cigno
ed al suo nome avea contrari effetti
e ne la lingua il tòsco e 'n bocca il ghigno,
semina in quel cor puro odi e sospetti,
e mi son in un'ora, oimè! ritolti
tutti gli onesti miei dolci diletti.
Né, perché egli sia poi da molti e molti
prieghi costretto, sì de l'odio scema,
ch'un sol detto mi porga o che m'ascolti.
Or, qual fusse 'l dolor, l'angoscia estrema
che di tal privazione 'l cor sentiva,
la memoria sen fugge e la man trema
né sostien che più oltre in carte io scriva.