LXXXI

By Francesco Beccuti

Corre 'l sesto anno, s'al contar non fallo,

Scotto, che a far più chiaro il vostro nome,

dal re chiamato, andaste in Portogallo:

e fra me stesso ripensando come

sì lungo tempo in lacrimare ho speso,

io mi sento arricciar tutte le chiome.

Quel dì che vi partiste, il sol conteso

ne fu da la sorella, e quel dì fue

da più bel lume il mio intelletto offeso:

patiro eclisse in un giorno ambidue,

ma Febo un'ora e l'intelletto mio

ben cinque anni smarrì le forze sue.

Dunque, se tardi scrivo, è sol perch'io

in così cieco e tenebroso stato,

gli amici posi e me stesso in oblio:

ma se muto con voi sin qui son stato,

da troppo affanno oppresso, io ricompenso

con lunga istoria il mio tacer passato.

Dirò qual fosse il mio bel foco e penso

poter parlar con voi liberamente,

ch'ancor voi foste in simil fiamme accenso;

e Licorida il sa, che fu possente

farvi smarrir tutti gli spirti un giorno

ad un sol motto più che stral pungente.

Quel vi trasse a Bologna illustre scorno

ad imparar ciò che Ulpiano insegna,

e dotto e saggio fêste a noi ritorno;

indi colui che in Lusitania regna,

seco vi volse e fa col saper vostro

la scuola di Coimbria assai più degna.

Ma riserbando a più purgato inchiostro

le vostre lodi, torno a le mie pene,

ch'altrove scritte e ne la fronte mostro:

voi, come a l'amicizia si conviene,

ben mi sarete d'un sospir cortese,

se questo suon tant'oltre a voi ne viene.

Io dico che quel giorno Amor mi prese,

che nel vostro partir sì lunga schiera

a farvi scorta insino al Tebro scese.

Su la riva del fiume in quel punto era

gentil garzone di bellezze conte,

che si sedea su l'erba in vista altiera:

le costui dolci parolette pronte

fùr le mie reti e le maniere accorte

che con voi tenne nel varcar del ponte.

L'avea bene io le sue fattezze scorte

altre fiate, ma quel giorno fôro

che mi strinsero al cor nodo sì forte:

la bocca, gli occhi, il fronte e 'l bel lavoro

del crin vinceva (e son nel mio dir parco)

rubin, perle, zaffiri, avorio ed oro.

Porti Giove lo strale e Febo l'arco,

Marte lo scudo, e quel bel volto miri

e fugga poi, se può, di lacci scarco.

O mio folle desio, tu pur mi tiri

a ricordar quel volto, oimè! da cui

non ebbi mai se non guerra e martìri!

Ah che fu meglio lacrimar per lui

che gioir per qualunque, e la bellezza

sua riverir che posseder l'altrui!

E s'egli sempre t'ha sprezzato e sprezza

a la tua indegnitate il tutto ascrivi,

non a sua crudeltà né a sua durezza;

e se par che i tuoi passi ancòra schivi,

tu da lungi l'inchina e con lo spirto

sempre l'adora e di lui parla e scrivi.

Di' come al crine inanellato ed irto

in quel giorno tessea Venere e Flora

qual ghirlanda di rose e qual di mirto;

di' come il biondo suo vince e scolora

l'ambra, il topazio, l'oro e qual somiglia

che nel ciel pinge al suo partir l'aurora;

de la fronte il sereno e de le ciglia

il sottil arco e 'l ben locato naso,

che stupir fanno altrui di maraviglia.

Ma qual musa di Cinto o di Parnaso

scende a parlar de le due chiare stelle

che fùr del viver mio l'orto e l'occaso?

Il ciel non vide mai luci sì belle:

qui pose Amor l'insegne e: — Queste — disse —

sieno i miei lacci, i dardi e le facelle. —

Vidi, tenendo in lor mie luci fisse,

versar gioia, dolcezza e grazia e quanto

ne le tre suore il Fiorentino scrisse:

quel non so che divino e da lui tanto

e dagli altri accennato e non espresso,

si scorgea chiaro in quel bel lume santo;

e, se non era il batter gli occhi spesso,

tanto splendor mirando, io sarei morto,

da soverchia dolcezza il core oppresso.

Paradiso terreno e celeste orto

dirò le guance, dove eterno aprile

tra rose e gigli siede a suo diporto;

corallo, avorio o cosa altra simile

de la sua bocca al bel vermiglio, al bianco,

ed al parlar non giunge alcuno stile;

né ritrar posso col mio dir già stanco

e le mani e le braccia e 'l petto e 'l collo,

le gambe e i piedi e l'uno e l'altro fianco.

Nudo il bel corpo s'alcun mai mirollo,

sembra la dea che 'l Vatican vagheggia

in vivo marmo col suo chiaro Apollo.

O fermi gli occhi o giri, o vada o seggia,

o parli o taccia, o sia pensoso o lieto,

di grazia Pito e Pasitea pareggia.

Col ciglio, che può far tranquillo e queto

il mar, quando è più irato, a me si volse.

affabile, benigno e mansueto;

e fra cinqu'altri che in disparte accolse,

io fui pel sesto al bel numero eletto,

come Fortuna, Amore e 'l Destin volse.

Così, fuggendo 'l sole, a noi fêr letto

sotto grat'ombre, fresch'erbette e nove

e sino a sera stemmo in quel diletto.

Io non potea rivolger gli occhi altrove

che nel bel viso e contemplava intento

quei divini occhi da far arder Giove:

vedea l'erba fiorir, fermarsi 'l vento,

pur che movesse piede o braccio o mano

e gli rideva intorno ogni elemento:

mi sembrava celeste e non umano

il riso, il canto, il suon de la favella

e d'ogni indegnità sempre lontano.

Sicilia ancor di Galatea favella;

ma simile a costui mai non vedremo,

e l'età prisca venga e la novella.

Non discoperse mai vela né remo

del vostro re sotto 'l più ardente clima

sì novo antropofago o polifemo,

che non avesse l'amorosa lima

sentita al muover di sì dolci rai

e giù deposta ogni fierezza prima.

Era di maggio e gli uccelletti gai

ragionavan d'amore e l'erbe e l'acque:

qual maraviglia poi s'io m'invescai?

Quanto poi vidi dopo lui mi spiacque:

ma, com'egli s'accorse, ebbe più a schivo

la vista mia ch'a me la sua non piacque;

e me n'andai d'ogni sua grazia privo,

ed era di mercé chiamar già roco,

per lungo spazio ognor fra morto e vivo.

o sentia consumarmi a poco a poco

né sapea disamar né trovar modo

che non prendesse ogni mio male a gioco;

alfin, come pur d'Ifi infelice odo

con altro laccio, se maggior paura

non m'affrenava, avria troncato 'l nodo.

Io godea sol per furto e per ventura

la disiata vista e i cari accenti,

né più chiedea la mia voglia alta e pura:

convien ch'io formi tutt'il giorno e tenti

nove chimere e nove imprese e cange

vari costumi e luoghi e varie genti.

Crispo allora, nostr'Argo, il duol che m'ange

vede e me spinge a custodire 'l gregge

nel sasso che Sentino arrota e frange.

O infortunata mandra, a te pon legge

un miser servo, e chi de' sensi è fuore

le pecorelle tue governa e regge!

Non per assenzia scema il cieco ardore;

valli profonde cerco, erte pendici;

ma sempre al fianco io mi ritrovo Amore.

Oh quante volte i miei lumi infelici

lacrimando volgea verso quel cielo

che più ricopre i nostri colli aprici!

Squarciato alfin d'ogni rispetto il velo,

torno bramoso a riveder quel volto

ch'al cor mi fisse 'l velenoso telo.

Veggio i begli occhi e le parole ascolto:

tanto ciascun per me travaglia e prega

ch'io son da lui benignamente accolto;

e compartir talor meco non niega

suoi dolci spassi e boscarecci studi

e, come a fido, ogni pensier mi spiega;

ed io gli scopro i miei candidi e nudi

senza alcun neo; ma contra un cor maligno

non valsero al mio scampo elmi né scudi,

Un ch'era dentro corvo e di fuor cigno

ed al suo nome avea contrari effetti

e ne la lingua il tòsco e 'n bocca il ghigno,

semina in quel cor puro odi e sospetti,

e mi son in un'ora, oimè! ritolti

tutti gli onesti miei dolci diletti.

Né, perché egli sia poi da molti e molti

prieghi costretto, sì de l'odio scema,

ch'un sol detto mi porga o che m'ascolti.

Or, qual fusse 'l dolor, l'angoscia estrema

che di tal privazione 'l cor sentiva,

la memoria sen fugge e la man trema

né sostien che più oltre in carte io scriva.