LXXXII

By Bernardo Pulci

Lasso, quando per forza, Amor, da prima

nelle tue reti giunto,

vidi il cor di pensier leggiadri involto,

poi che tue insegne gloriose in cima

vidi solo in un punto

del mio lucido sol cangiare il volto!

Misero, allor fu tolto

ogni sperar, che mi potea far lieto,

gioir nel foco e ne' sospir contento!

Così, d'ogni tormento

colmo, di libertà già scosso e privo,

amaro frutto mieto

d'un dolce riso simulato e schivo.

Queste riviere lacrimose il sanno,

queste campagne e boschi,

ov'io già stanco i mia sospiri apersi.

E torna per mio strazio il decimo anno

che co' be' rivi toschi

cantando ho mostro le mie piaghe in versi;

dal giorno in qua ch'io apersi

gli occhi a mirar costei che mi disface,

pur non ebb'io un'or, lasso, tranquilla.

Quel che dagli occhi stilla

vedessi il cor che spegne ogni desire,

ov'io non chieggo pace,

ma triegua o spazio al mio lungo martire!

Qual ninfa o qual driada in questa piaggia

del mio pietoso canto

con Ecco sventurata non si dole?

Qual dea silvestra o qual fera selvaggia

non conosce il mio pianto?

Chi non vede il mio mal non vede il sole.

Qual dura legge vuole,

Amor, ch'i' mi distrugga, e quel ch'io bramo

fugga sempre dinanzi agli occhi miei?

Qual fati o quale idei

in me senza ragione uson tal forza

che sempre indarno chiamo

chi di mia vita a me lascia la scorza?

E pure in terra ogni animal che vive

dopo la sua fatica

usa quanto di grazia il ciel ne 'nfonde.

Chi verso il sol, chi nell'amate rive

nella stagione aprica

suona dolci concenti tra le fronde;

altri le più gioconde

silve circunda e con più dolce tempre

le rive, e boschi e' rivestiti colli;

chi ne' liquor più molli

tiepidi lustra per la sua vaghezza,

come natura sempre

ciascuno al suo desir traendo avezza.

Ma io, da poi ch'a l'Ariete torna

il sol nello equinozio

e che Zeffiro spira più süave,

ogni bel colle, ogni campagna adorna,

ogni sol lento ed ozio,

fior, frondi e silve, ogni ruscel m'è grave,

e le più oscure e prave

spilonche cerco d'uno in altro scoglio,

ov'io canti il mio mal, converso in cigno;

quivi non dio benigno,

non pensier dolci o più tranquilla sorte

chiamo nel mio cordoglio,

ma sol lei cruda e mia fortuna e morte.

Quando nel mezzo del suo segno Apollo,

nell'ora che più infesta,

ogni pastor l'amata gregge acoglie,

nessun giovenco ha più l'aratro al collo,

sol la cicala è desta,

dormendo ogni uccelletto tra le foglie,

qual con più calde voglie

fera s'asconde in solitaria valle,

cercando l'ombre e' più gelati fonti;

ma io, perché il sol monti,

né l'acque tento né dal sol mi fuggo,

ma 'l più diserto calle

cerco sempre, del foco ov'io mi struggo.

Simile il raggio, qual l'uccel di Giove

o qual fenice il foco,

accendo e seguo ov'io ardo e ritorno;

poi, quando il sol più temperato move

lasciando a poco a poco

la Virgin colla notte, e, qual è il giorno

di ricchi pomi adorno

il mondo è di liquor dolci e giocondi,

quasi ogni pianta poi fredda si spoglia;

ma l'ostinata voglia

sanza alcun frutto suo vigor non perde,

né speme cangia o frondi

per contraria stagion sempre più verde.

Non neve alpestra o freddo, ghiaccio o pioggia,

da poi ch'al Sagittario

contrario Febo ha volto ogni sua lampa,

spegne l'alto desio che sempre poggia;

ma, come l'un contrario

spesso l'altro risveglia, ognor più avampa.

Lasso, chi fugge e scampa

nelle usate caverne, allor che grave

Giove tonante fulminando versa!

Ma la mia dura, aversa

voglia contro seguir sempre gli piacque,

sì come stanca nave

che fugge ogni tempesta in mezzo l'acque.

Così per voi, donna, conduco e guido

la mia misera, stanca

vita, da poi che 'l sol discaccia ogn'ombra,

finché ritorna al suo leggiadro nido

e che la luna imbianca

la terra, quando il ciel la notte ingombra.

Però, se il cor disgombra

questi sospir, giusta cagione il regge,

perché, celando il foco, più s'accende.

Se Amor né voi m'intende,

pur fia chi gusti le mie rime in parte;

ma così va chi elegge

sempre fra due la più contraria parte.

— Canzon, di monte in monte,

lasciando me qui dove Sieve nasce,

ricercherai sol della mia fenice;

dove, se mai ti lice

parlar con seco, di' che forte temo.

Digli di che si pasce

il suo servo fedel, giunto all'estremo.