LXXXII
Lasso, quando per forza, Amor, da prima
nelle tue reti giunto,
vidi il cor di pensier leggiadri involto,
poi che tue insegne gloriose in cima
vidi solo in un punto
del mio lucido sol cangiare il volto!
Misero, allor fu tolto
ogni sperar, che mi potea far lieto,
gioir nel foco e ne' sospir contento!
Così, d'ogni tormento
colmo, di libertà già scosso e privo,
amaro frutto mieto
d'un dolce riso simulato e schivo.
Queste riviere lacrimose il sanno,
queste campagne e boschi,
ov'io già stanco i mia sospiri apersi.
E torna per mio strazio il decimo anno
che co' be' rivi toschi
cantando ho mostro le mie piaghe in versi;
dal giorno in qua ch'io apersi
gli occhi a mirar costei che mi disface,
pur non ebb'io un'or, lasso, tranquilla.
Quel che dagli occhi stilla
vedessi il cor che spegne ogni desire,
ov'io non chieggo pace,
ma triegua o spazio al mio lungo martire!
Qual ninfa o qual driada in questa piaggia
del mio pietoso canto
con Ecco sventurata non si dole?
Qual dea silvestra o qual fera selvaggia
non conosce il mio pianto?
Chi non vede il mio mal non vede il sole.
Qual dura legge vuole,
Amor, ch'i' mi distrugga, e quel ch'io bramo
fugga sempre dinanzi agli occhi miei?
Qual fati o quale idei
in me senza ragione uson tal forza
che sempre indarno chiamo
chi di mia vita a me lascia la scorza?
E pure in terra ogni animal che vive
dopo la sua fatica
usa quanto di grazia il ciel ne 'nfonde.
Chi verso il sol, chi nell'amate rive
nella stagione aprica
suona dolci concenti tra le fronde;
altri le più gioconde
silve circunda e con più dolce tempre
le rive, e boschi e' rivestiti colli;
chi ne' liquor più molli
tiepidi lustra per la sua vaghezza,
come natura sempre
ciascuno al suo desir traendo avezza.
Ma io, da poi ch'a l'Ariete torna
il sol nello equinozio
e che Zeffiro spira più süave,
ogni bel colle, ogni campagna adorna,
ogni sol lento ed ozio,
fior, frondi e silve, ogni ruscel m'è grave,
e le più oscure e prave
spilonche cerco d'uno in altro scoglio,
ov'io canti il mio mal, converso in cigno;
quivi non dio benigno,
non pensier dolci o più tranquilla sorte
chiamo nel mio cordoglio,
ma sol lei cruda e mia fortuna e morte.
Quando nel mezzo del suo segno Apollo,
nell'ora che più infesta,
ogni pastor l'amata gregge acoglie,
nessun giovenco ha più l'aratro al collo,
sol la cicala è desta,
dormendo ogni uccelletto tra le foglie,
qual con più calde voglie
fera s'asconde in solitaria valle,
cercando l'ombre e' più gelati fonti;
ma io, perché il sol monti,
né l'acque tento né dal sol mi fuggo,
ma 'l più diserto calle
cerco sempre, del foco ov'io mi struggo.
Simile il raggio, qual l'uccel di Giove
o qual fenice il foco,
accendo e seguo ov'io ardo e ritorno;
poi, quando il sol più temperato move
lasciando a poco a poco
la Virgin colla notte, e, qual è il giorno
di ricchi pomi adorno
il mondo è di liquor dolci e giocondi,
quasi ogni pianta poi fredda si spoglia;
ma l'ostinata voglia
sanza alcun frutto suo vigor non perde,
né speme cangia o frondi
per contraria stagion sempre più verde.
Non neve alpestra o freddo, ghiaccio o pioggia,
da poi ch'al Sagittario
contrario Febo ha volto ogni sua lampa,
spegne l'alto desio che sempre poggia;
ma, come l'un contrario
spesso l'altro risveglia, ognor più avampa.
Lasso, chi fugge e scampa
nelle usate caverne, allor che grave
Giove tonante fulminando versa!
Ma la mia dura, aversa
voglia contro seguir sempre gli piacque,
sì come stanca nave
che fugge ogni tempesta in mezzo l'acque.
Così per voi, donna, conduco e guido
la mia misera, stanca
vita, da poi che 'l sol discaccia ogn'ombra,
finché ritorna al suo leggiadro nido
e che la luna imbianca
la terra, quando il ciel la notte ingombra.
Però, se il cor disgombra
questi sospir, giusta cagione il regge,
perché, celando il foco, più s'accende.
Se Amor né voi m'intende,
pur fia chi gusti le mie rime in parte;
ma così va chi elegge
sempre fra due la più contraria parte.
— Canzon, di monte in monte,
lasciando me qui dove Sieve nasce,
ricercherai sol della mia fenice;
dove, se mai ti lice
parlar con seco, di' che forte temo.
Digli di che si pasce
il suo servo fedel, giunto all'estremo.