LXXXII

By Auteur inconnu

No’ siàn, donne, cacciatori,

che mai fu visti i migliori.

Per diletto e per piacere

noi andiàn sempre cacciando;

come può ciascun vedere,

ogni fèra seguitando,

né già mai nulla curando.

Se gli è fango e benché e’iova,

di far l’arte allor ci giova,

tanto siàn buon cacciatori.

Noi abbiàn certi bracchetti

che son buoni sol da levare.

Benché sieno molto perfetti,

gli sogliono poco operare.

Ma usiàn sol di bussare

dove sono lepre in macchiate,

e diàn lor certe frugate,

che le sbucon presto fuori.

Come e’ n’è una scoperta,

i can nostri sguinzagliàno,

ch’alla china come all’erta,

giungner presto la veggiàno.

Di riscontro mai lasciàno

perché il cane spesso l’erra;

la si spiana e stiaccia in terra

e può farsi cento errori.

Noi abbiàno alcuna volta

de’ can nostri andar lasciati,

che la fiera allor s’è volta

e di sangue gli ha macchiati.

E però son sí sdegnati

ch’alle golpe piú non vanno:

benché tal vizio non hanno

tutti i cani de’ cacciatori.

Tutta l’arte del cacciare

nella pertica veggiàno.

E però si vuol guardar

che il legame non sia vano;

e tastarla ben con mano,

se ella ha dura e soda vetta:

ché la pertica perfetta

fa valenti cacciatori.