LXXXIII – Testi

By Giacomo Leopardi

Ronchi, tu forse a piè de l'Aventino

O del Celio or t'aggiri. Ivi tra l'erbe

Cercando i grandi avanzi e le superbe

Reliquie vai de lo splendor latino.

E fra sdegno e pietà, mentre che miri

Ove un tempo s'alzar templi e teatri,

Or armenti muggir, strider aratri;

Dal profondo del cor teco sospiri.

Ma de l'antica Roma incenerite

Ch'or sian le moli, a l'età ria s'ascriva:

Nostra colpa ben è ch'oggi non viva

Chi de l'antica Roma i figli imite.

Ben molt'archi e colonne in più d'un segno

Serban del valor prisco alta memoria;

Ma non si vede già, per propria gloria

Chi d'archi e di colonne ora sia degno.

Italia, i tuoi sì generosi spirti

Col dolce inganno ozio e lascivia han spenti.

E non t'avvedi, misera, e non senti

Che i lauri tuoi degeneraro in mirti?

Perdona a i detti miei. Già fur tuoi studi

Durar le membra a la palestra, al salto;

Frenar corsieri; in bellicoso assalto

Incurvar archi, impugnar lance e scudi.

Or, consigliata dal cristallo amico,

Nutri la chioma, e te l'increspi ad arte;

E ne le vesti, di grand'or cosparte,

Porti de gli avi il patrimonio antico.

A profumarti il crine Assiria manda

De la spiaggia sabea gli odor più fini;

E ricche tele, e preziosi lini,

Per fregiartene il collo, intesse Olanda.

Spuman ne le tue mense, in tazze aurate,

Di Scio pietrosa i pellegrini umori;

E del Falerno, in su gli estivi ardori,

Doman l'annoso orgoglio onde gelate.

A le superbe tue prodighe cene

Mandan pregiati augei Numidia e Fasi;

E fra liquidi odori, in aurei vasi,

Fuman le pesche di lontane arene.

Tal non fosti già tu quando vedesti

I Consoli aratori in Campidoglio,

E tra ruvidi fasci, in umil soglio

Seder mirasti i dittatori agresti.

Ma le rustiche man che dietro al plaustro

Stimolavan pur dianzi i lenti buoi,

Fondarti il regno, e gli stendardi tuoi

Trionfando portar dal borea a l'austro.

Or di tante grandezze appena resta

Viva la rimembranza: e mentre insulta

Al valor morto, a la virtù sepulta,

Te barbaro rigor preme e calpesta.

Ronchi, se dal letargo in cui si giace

Non si scuote l'Italia, aspetti un giorno

(Così menta mia lingua) al Tebro intorno

Accampato veder il Perso o 'l Trace.