LXXXIII
In qual dura alpe, in qual solingo e strano
lito andrò io, in qual sì nudo scoglio,
che da' tuoi messi mi difenda, Amore?
e che quella leggiadra e bianca mano
e que' begli occhi, donde io viver soglio,
non mi stian sempre fissi in mezzo al core?
Lasso, se 'l gran dolore
per morte ha fin, perché non pensi almeno
liberarti d'affanni, o misera alma?
perché questa tua salma
coprir non lasci qui dal tuo terreno?
ché chi fugge, e 'l suo mal si tira appresso,
cielo pò ben cangiar, ma non se stesso.
Se al freddo Tanai, a le cocenti arene
di Libia io vo, se dove nasce il sole
o dove il sente in mar strider Atlante,
colui, che sol di pianto mi mantene,
mi rappresenta i gesti e le parole,
per cui spargendo vo lacrime tante.
Dolci accoglienze sante,
onestà mai non vista e leggiadria,
senno sopra l'uman, concetto altero,
che 'l mio stanco pensiero
guidar solete al ciel per piana via,
or mi conven di voi pur viver privo,
se chi perde un tal ben si può dir vivo.
Vivo fui io, mentre tener la vela
fermo potei de la mia ricca nave,
e venian l'aure a' miei desir seconde.
Poi che importuna nube il sol mi cela,
sento fortuna ognor farsi più grave,
se ben mi accorgo al mormorar de l'onde;
né già più mi risponde
Portuno o Galatea, che fur più volte
al mio bel navigar felici scorte.
Or ripregando morte
vo, che le voci mie pietos'ascolte;
c'a bada star non dee nel mondo cieco
chi la grazia del ciel non ha più seco.
Vita, che, di tormenti e d'error piena,
sei pur di pianto e di sospir albergo;
vita, che mai non riposasti un'ora,
quando mi lascerai, falsa sirena?
Maligna Circe, per cui volto e tergo
portai cangiati sempre e porto ancora,
quando sarò mai fòra
di tuoi stretti legami, o forte maga?
quando ricovrarò l'antica forma?
ché già non metto un'orma
che bisulca non sia, ferina e vaga,
poscia che dietro a te perdei la luce
che data mi era qui per segno e duce.
Oh chi fia mai che di quest'empia guerra
pace m'apporte? oh perc'al mondo io nacqui,
se veder non devea del mio mal fine?
se luttar con un'idra che mi atterra?
con un Anteo, sotto il qual vinto giacqui,
con mille ispide fiere peregrine,
tra boschi folti e spine,
come irata Giunon seppe guidarme?
Ma tu che pòi, Signor, movi al mio scampo,
che con disnore in campo
non pèra, anzi al bisogno stringa l'arme;
c'a generoso spirto o viver bene
o morir altamente si convene.
Non aspettar, canzone,
conforto al dolor mio, poi che sei certa
che terminar nol pò tempo né loco;
e gridar mi val poco,
sì che 'l più star sarebbe insania aperta.
Lasciamo omai questa fallace speme,
ché 'l mal che ben si porta, assai men preme.