LXXXIV
Salisti al cielo, e i pregi tuoi ti furo
Quasi scala al fattore, a lui ritorno
Festi, Spirto beato, in lui fe' giorno
Quel Sol, che cadde a gli occhi nostri oscuro,
Mentre il tuo crine intorno,
Qual nobil cerchio di bei rai lucenti,
Cingea corona di virtuti ardenti;
Lasso, hor che morte intempestiva spense
Le tue glorie nascenti,
E 'l dì, ch' a pena accense
L' aurora tua, crudele Hespero estinse,
Io, che sangue a te giunse, Amore avinse,
Che teco unito, et indi ornato, e chiaro
De la tua luce sfavillava in parte,
Poi ch' i tuoi raggi empio destin avaro
Da le tenebre mie pose in disparte,
Fui, come puro, e luminoso teco,
Così fuor del tuo lume ombrato, e cieco.
Ma chi ci parte? E qual divider forza
Può due cor, che sì stretti un nodo unio?
Come non resti meco, o non veng' io
Pur dietro a te? Quai leggi Amor non sforza?
Può troncar empio, e rio
Fato il fil, che due vite in un raccoglia,
E me ritenga, e te rilasci, e scioglia?
Può, dove un fin comun ebbe ogni sorte,
Et un' istessa voglia,
Varie nutrir la morte
Fortune, e stati? A te disciolto, e scarco
Aprir di là di quest' esilio il varco,
Me fra lacci tener fera, e superba
Chiuso ne la prigion di queste membra?
Può, metr' a l' un pietoso, a l' altro acerba,
Me serbar vivo, e te d' ancider sembra,
Far a mia pena, e tua gloria infinita,
Eterna in me la morte, in te la vita?
Ma tu ch' al tempo, e a i danni suoi ti togli,
Et a l' eternità ti serbi e rendi,
Frate, perché fra 'l lume, onde risplendi,
De la tua gioia in parte hor non m' accogli?
Perché talor non scendi
Novo Polluce, e parti i mesi, e i giorni,
E le vite alternando a me non torni?
Deh de le gratie, ond' infinito abondi
Fra quegli alti soggiorni,
Al mio caduco infondi
Ben poco homai, che l' imperfetto aiute,
O qual segno di pace, e di salute
Lieto fra i nembi tempestosi amari,
Ove 'l mio pianto mi sommerge, almeno
Felice fiamma, e desiata appari;
Così guidami a te col tuo sereno,
E tu sii de la vita aspra inquieta
La stella e 'l porto, e le tempeste acqueta.
E ben stella sei tu, di doppia luce,
De le chiare opre tue serena ardente,
Ma più de' rai di quel gran Sol lucente
Che vivace, et eterno in te riluce:
Questi l' inferme, e lente
Potentie avviva, e tu capace fatto
Quel celeste suon don disponi in atto;
Come toglie dal Sol ch' a noi qui sorge
Occhio purgato a fatto
La luce, onde lui scorge,
E ciò che 'n altri e 'n sé di lume impresse,
Così al tu' esempio le sue forme istesse
Rendi, e dipingi lui, che non diviso,
Qual sommo ben per tutto ampio e diffuso,
In te, mentre lo miri intento e fiso,
Si strinse in poco angusto spatio chiuso,
Che quasi specchio in breve imago, e viva,
L' immenso suo misuri, e circonscriva.
Specchio, ov' espresso il suo gran lume appare,
In cui di se medesmo ei si compiace,
Che dal suo Sol percosso alma e vivace
Fiamma, e faville spira ardenti e care,
E di quei rai la face
D' alta humiltà nel cavo centro accolta,
Come a su' oggetto, in lui raggira e volta,
Et a quel segno sol, quasi ad un punto,
Drizza l' alma rivolta
In un ristretto e giunto
L' infinito splendor, che 'n lei si sparse,
E lui del foco infiamma, ond' ei pria l' arse;
Deh come e quinci e quindi allor si move,
Fervido Amore, e saettando giostra,
Come, se di lassù dolcezza piove,
Di giù letitia, e purità dimostra,
E s' indi ei largo e premi, e gratie spende,
Ella in lor vece e lodi, e glorie rende.
Tu lieve e scarco dal tuo carcer lunge
Spiegasti Angel novello a Dio le penne,
Qual parte suol, ch' a forza altri ritenne,
Che sciolta al tutto suo si ricongiunge,
E l' alma, onde già venne,
Con breve giro a chi la diè rendesti,
E fu 'l tuo fine, onde principio avesti:
Colà 'l desio, la fede, e quella speme,
Che quinci in lui tenesti,
Fur la tua scorta insieme,
E gli effetti adeguaro a i tuoi pensieri;
Allor seguiro a le speranze i veri
Diletti, e fermi, e satio allor non ebbe
Che più bramar, né che sprezzar l' affetto;
A la mente piacer perpetuo crebbe,
Pace al volere, e luce a l' intelletto:
Beato amante allor lo spirto appresso
Giacque al su' amato, e trasformò se stesso.
Fra quelle fiamme, ov' arso il tuo cor hai,
Gli humani affetti inceneriti hor lassi,
E quasi a simil tuo voli, e trapassi,
E celeste, e divino in Dio ti fai,
E qual conforme fassi
Al foco onde s' imprime o ferro, o pietra,
Che, come forma, in loro opra, e penetra,
Tal fra l' incendio suo stato e natura
Indi lo spirto impetra,
E cangia, e trasfigura
Se stesso in lui, che del su' amor l' accese,
Anzi convien, ch' entr' a l' ardor ch' apprese,
Dolcemente struggendo ei si dilegue,
E, come stilla in ampio mar si mesce,
Ch' i flussi e i moti inseparabil segue,
Né l' acque sue, ma se medesma accresce,
L' alma fra quegli abissi immersa e mista
Nuove grandezze in Dio confusa acquista.
Ivi al suo sposo caritate, e zelo
Cara la stringe, e quel, che 'n terra feo,
E fu pegno la fé, santo Himeneo,
Stabile e fermo hor si consuma in cielo,
Ivi da grave e reo
Sospetto sciolta i suoi piacer possede,
Gravida poi di quel ch' intende e vede
L' alto concetto in sé forma, e ritiene,
Da cui poscia succede
Parto, ch' a nascer vene
Godendo amando fortunato, e lieto,
Ivi fra le sue braccia amico, e queto
Sonno dorme tranquilla, e 'n lui si posa,
Che 'n quell' alta quiete apre e rivela
I primi rai de la sua luce ascosa,
E nel suo più secreto, ov' ei si cela,
Riposto albergo, lei, che langue, e brama,
Entro a le sue delitie accoglie, e chiama.
All' hora in dolce e pretiosa cena,
Se stesso offrendo, e cibo fassi, e mensa,
Ov' ella ingorda ha fame, e sete intensa
Non men digiuna, che già satia, e piena,
Né quella copia immensa
Noia le porge, e 'n quel che brama abonda,
E del torrente, che sì largo inonda,
E dal gran fonte suo rapido corre,
Beve assetata l' onda,
Sì che tutt' altro abhorre;
Indi e sovra 'l suo stato alzata allora,
(Che 'n sé non cape) e di se stessa fora,
Di quel nettar divin s' inebria, et empie;
Celeste manna, che si varia e muta
Ne i gusti altrui, che l' altrui voglie adempie,
Ch' a goder di se stessa i sensi aiuta,
E dal tempo incorrotta altrui rinfranca,
E sorge, e cresce, e mai non scema, o manca;
Allor de gli atti suoi, de le fatiche
Premio ella coglie, e i fregi, e la corona,
Ch' ei già serbolle, hor le dispensa e dona,
Nobil trionfo a le vittorie antiche,
Ivi, mentre risona
Di concorde armonia perpetua lode,
Che di lui, che la move, intorno s' ode,
Qual cetra suol, ch' a dotta man risponde,
Gioisce anch' ella, e gode,
Che 'n voci alme, e gioconde
Famoso il nome suo voli, e ribombe,
E de' suoi pregi siano Angeli trombe,
Virtù ministre, e queste pompe ancelle,
Che 'n lunga schiera debellati, e vinti
I vitii tragga, e sian l' eccelse, e belle
Opre i trofei del suo valor dipinti,
E i suoi talenti raddoppiati, e pieni
Servo fedele al suo signor rimeni.
Canzon, dal cielo io veggo
Ch' a i voti miei benigno nume aspira,
Già qual mio Sol d' intorno a me s' aggira,
E fra le nebbie mie mi scopre il lume,
Ch' a sé m' infiamma e tira,
Già l' antico costume
Del mio dubbio sentier fidata scorta
Rinova, e i passi drizza, e mi conforta.
Di lui, che sopra il freddo figlio esangue
Padre piange infelice, acqueta il lutto,
Di' che del fior, che qui troncato langue,
A sé Dio colse, e 'n ciel ripose il frutto,
Ivi fra gli alti honor, fra i pregi suoi
Hor lo miri, e contempli, e godrà poi.