LXXXIV
O viole formose, o dolci viole,
Bel guiderdon del ben locato amore,
Caro pegno de l'aspra mia Selvaggia;
Qual dolce loco vi criò? Di quale
Dolcezza l'odorate chiome e 'l dolce
Sen v'empie Zefir dolce e Flora dolce?
Piantovvi Vener forse ne' bei campi,
Quai riga l'Acidalio fonte quello
Che le diè 'l bel cognome? O 'l figlio dentro
A le selve d'Idalia vi dà 'l fiato?
Con queste crederei, che tutte a nove
(O vuo' in Parnaso, o 'n su' gioghi di Pindo)
Le sacre figlie del benigno Giove
Ornasser già mille famose cetre;
Con queste crederei le Grazie i crini
D'ambrosia pien coronasser, con queste
Coprisser tutte liete il sacro seno:
Queste tra' biondi crin porta in la fronte
La rosata Aurora, allor che 'l giorno
N'apre, a l'aprir de' fior del dolce aprile;
Con simil gemme il bel giardin risplende
De l'Esperide iddie; con simil fiori
Dipinge l'aura mille belle rive:
Godon felici l'ombre ai Campi Elisi,
Per vederli ripien dì questi fiori.
Beate voi tre volte e quattro, viole,
Colte da quelle man bianche, da quelle
Ch'hanno me stesso, ahimè, tolto a me stesso;
Beate cinque voi, che fuste poste
A quella bocca, a quella bocca, donde
Ben mille dardi il dì mi lancia Amore.
Forse da l'aere, ch'indi dolce spira,
Vien quel soave e dilicato odore,
Che voi spargendo odor date di lei.
Ve' come quella biancheggia ridendo,
Ve' come l'altra con purpuree frondi
Gode in vedersi piena di rubini:
Quello è il color de la gentil Selvaggia,
Quando un onesto e vermiglietto sdegno
Di porpora le ombreggia il bianco volto,
E con un vivo foco i labri accende;
Donde vien forza poscia, che più bianche
Paian le perle, ch'ella chiude in bocca
Sempre, se non ce l'apre un dolce riso.
Il color vivo, il dolce aere sereno,
Che spira amomo, spigo, cassia e rose,
Da le labra di lei reflesso in voi,
Violette gentil, vi fa sì care.
Avventurose viole, o mia vita,
Mie delizie, mia aura e mio porto,
In voi almanco involerò pur uno
Or altro bacio, e con avida mano
Toccherò in voi madonna una e due volte;
In voi con le mie lagrime, ch'in guisa
Di largo fiume e pel volto e pel seno
Piovon, le bagnerò pur forse il petto;
Il petto, ove beltà vide se stessa,
Come 'n un specchio un uom vede se stesso.
Bevete adunque l'amorosa pioggia,
Viole mie, quella pioggia, ch'Amore
Caccia per viva forza di questi occhi;
Vivete sempre, viole, né mai
Rubesto sol v'offenda a mezza state,
Né vi mordin le brine al crudo inverno;
Vivete sempre, viole, in soccorso
De l'aspre offese de' miei amori, e 'n dolce
E sicur porto a l'animo ondeggiante
Sempre meco sarete; in onor sempre
V'arò, viole dolci, in mentre ch'io
Di questa bella e rozza sarò gioco;
Mentre che l'amorose ardenti fiamme
Consumeran l'amante core, e mentre
Sarà compagno al gran dolore il pianto,
Che sendo sciolto, ha sciolto ancor lo stile.