LXXXIX

By Giuseppe Parini

Signor curato, mi son pure accorto,

e l'ho sentito del sicuro a dire,

che, s'io non fossi vivo, sare' morto;

e che, se noi abbiamo da spedire

qualche nostro affaruzzo di presente,

bisogna farlo prima di morire;

perchè m'ha detto ancor di molta gente,

che quando un uomo ha tirato le calze,

e' non c'è modo di far più niente.

Però conviene ch'io mi sbracci e scalze,

e ch'io venga con quattro miei versacci

a trovarvi costì fra queste balze.

E intanto ch'io son vivo e fuor d'impacci,

meni le mani come i berrettai,

e ch'io faccia ben presto e ch'io mi spacci,

prima che tornin più fitti che mai,

e mi vengano sopra difilato,

e m'empiano d'un fregolo di guai.

Perchè, se voi lo sapeste il mio stato,

parrìa ch'io vi contassi delle baie,

e vi direi il ver, signor curato.

Ma queste ciarle sieno le sezzaie:

ne parleremo poi, quando non ci abbia

dell'altre cose più gioconde e gaie.

E perch'io paio un gufo in una gabbia,

o in su la gruccia a far rider gli uccelli,

mi rincresce scoprirmi, e monto in rabbia.

Intanto io vi ringrazio di que' belli

saluti, che di spesso voi mi fate,

or per bocca di questi ed or di quelli.

Ma certo, signor caro, v'ingannate

a tenermi per un virtuosaccio,

a darmi quelle lodi sperticate;

ch'io veramente sono un suggettaccio

che studio solamente il Pecorone,

e in altre cose non vaglio uno straccio.

Io sono, verbigrazia, un compagnone

che mi piace di ridere e gracchiare

co' miei amici in conversazione.

Io non mi curo molto di studiare,

perchè mi dicon che chi studia troppo

va a rischio di morire o d'impazzare.

Io, che vi corro, come di galoppo,

verso la casa di Monna Pazzia,

per Dio che vi cadrei senz'altro intoppo.

E poi perchè volete ch'io mi dia

allo studiar, ch'or non si stima un'acca,

e sol si stima la poltroneria?

E dappoi che la nuca ti si stracca

in sur i libri, infine a capo d'anno

tu fai l'avanzo che facea 'l Cibacca.

Togliamoci, signor, da questo inganno

di volere studiar fino alla morte,

e mandiamogli i libri al lor malanno.

Oggi co' libri non si fa più sorte;

non è più 'l tempo che Berta filava;

e le genti dabbene sono morte.

Non è più 'l tempo che si regalava

di scudacci lampanti e di fiorini

un sonettuzzo che finisse in “ava”.

Adesso se ne van sbrici e meschini

involti dentro a un piccolo tabarro

i poeti ch'un tempo eran divini:

e forz'è che uno spirito bizzarro

si pasca sol di fumo e invano aspetti

di pigliare la lepre con il carro.

Oh sieno delle volte benedetti

più di millanta color ch'hanno il mondo

dentro a' loro preteriti perfetti!

E fra questi voi siete, il mio giocondo

signor curato, il quale non avete

adesso d'altri un bisognino al mondo;

e vi godete la vostra quiete,

e mangiate, e beete, e poi dormite,

quando n'avete voglia, e che potete.

Voi ne farete pur delle stampite

in su quel chitarrone alto e sonoro

che potrebbe trar l'anime da Dite.

E sempre intorno il leggiadretto coro

avrete delle Muse, che lontane

se ne stan dagli strepiti del fòro:

e scriverete con ambe le mane

in prosa e in versi roba sì squisita,

da mangiarsela tutta senza pane,

e leccarsene ancor l'ugne e le dita.

Oimè che versi, oimè che dolci prose,

oimè che roba, corpo di mia vita!

Quand'io ci vo pensando a queste cose,

mi sdilinquisce dentro al petto il core,

come s'io fossi in mezzo a un pa' di spose,

e ch'ambedue mi amassono d'amore,

e facesson tra loro a chi più bene

mi vuole, e 'l dimostrassono di fuore.

La parità qui non ci calza bene:

ma io l'ho detta pe un verbigrazia,

per una cosa che in bocca mi viene.

Che non credeste, già, per mia digrazia,

ch'io me le andassi così nominando,

perchè le donne mi fossero in grazia:

ch'io vi giuro per la spada d'Orlando

e per lo 'ncanto di madonna Tessa,

ch'io le vorre' vedere tutte in bando.

Ma sta quistion lasciamola soppressa,

acciò, col dire, scorger non mi faccia;

perchè tal burla che poi si confessa.

Io vo scrivendo giù questa cosaccia,

senza considerar quel ch'io mi faccio

e ci do drento a forza delle braccia.

E voi direte: — Guata cervellaccio,

che non sa nè men e' quel che si dica,

che vuol far del saccente, ed è un babaccio.

E forse monterete in sulla bica

ch'io v'assordi con questi noncovelle

e direte: — Oh che 'l ciel ti maledica!

Ma, poter della luna e delle stelle!

chi cercherebbe di tenere a segno

un cervel ch'abbia in capo le girelle?

Orsù, frenate un micolin lo sdegno,

e lasciate ch'io empia questo vano

ch'io non v'aggiungo, se mi dessi un regno.

Se vedeste il signor prete. . . . . . . .

il quale sta a . . . . . . . . . ed è mio zio,

fategli da mia parte un baciamano.

E ditegli ch'io son vivo ancor io

e ch'e' farebbe il meglio a ricordarsi

alcuna volta un po' del fatto mio;

e ch'ei farebbe bene a dimostrarsi

che non sol di parole ei m'è parente:

ma e' dirà che i tempi sono scarsi.

E intanto che mi cade nella mente,

vi raccomando ancora quel vanerello

dell'Antognin che si farà valente.

Egli è un ragazzo virtuoso e bello;

ma s'ho a dirla propio spiattellata,

egli è un po' leggerino di cervello.

Bisogna fargli una buona lavata;

ch'io vi prometto da quell'uom che sono

che non gli sarà mica una sassata.

Egli ha portato giù dal cielo in dono

un grande ingegno, e se 'l coltiverà,

certo ch'ei si farà molto più buono.

Convien dirgli che s'e' non studierà

la logica, sportel d'ogni scienza,

ch'egli non saprà mai quel che dirà:

e s'e' non pianterà buona semenza,

che delle frutte ne ricorrà poche,

come gl'insegnerà la sperienza.

Ma sento che gridate: — O quid est hoche?

Saprò ben dir, senza che tu m'insegni:

Hanno a menare i paperi a ber l'oche? —

Per questo io pianto qui d'Ercole i segni,

e dico: — Non plus ultra, o Musa mia,

chè gli uditori ne son pregni pregni: —

e sono stiavo di Vossignoria.