LXXXIX
Sonora tromba, a cui dato è dal Cielo
I gran mister dello Evangelio aprire,
E sciogliere a tuo senno i nodi e i gruppi
Di quella vera legge, anzi perfetta,
Col saver nata di quel Verbo eterno,
Che nacque anzi che 'l nascer, senza nascere;
E confirmata poi coll'innocente
Sangue, concetto in l'innocente ventre,
Con l'ombra dello Altissimo, e col foco
Del vero Amor, vivificato e sparso
In sul vil legno, la mercé di quegli
Che furo al ver di noi chiamati in prima:
Ma poco ne fur grati, poi che 'l ferro
Del lor crudele ardir voltaro in quello,
Che per promessa de le sacre voci
Egli aspettavan, che con le sue piaghe
Saldasse il colpo, che 'l primo parente
Con la lancia del suo folle disio
Fece nel seme uman, di figlio in figlio.
Felice colpo, aventurosa pecca!
Poi che 'l figliuol d'Iddio con la sua morte
Degnò curar, e noi far seco eredi
Del vero regno, e tra gli amici porre
La gente già da lui negletta, in vece
Di quei primi chiamati e primi eletti.
Così il pan de le man cascando a' figli,
A' figli ingrati, a' figli sconoscenti,
Ebbero i fedei can, che le sacre onde
Regeneraro in Dio, e rivestiro
Di nuov'uomo, secondo Iddio creato.
Così col drappo altrui ebber la veste,
Che coperse la macchia, che ne avea,
Ahi fero caso! dati in preda a morte;
Così la morte vinta da la morte,
Ci è ritornata in dolce eterna vita,
Se 'l nostro proprio oprar poi non ci uccide.
Sonora tuba adunque, che tanti anni,
Co 'l dolce suono, e 'n tante e tante parti,
Dato hai diletto in Dio, e porto aiuto
A la turba fedel, che ben procura
Drizzare i passi al Ciel per dritto calle;
Saziar le giuste ben che ingorde voglie
Non disdegnar d'uom vile, impio e profano,
Se ben suonan fors'altro abito e nome.
Non disdegnar chi cerca in rozzo ingegno,
In selvaggio savere, in leggier core,
Nutrito in fiori, in frondi, in nebbia, in fumo,
Porre alcun frutto, accender qualche foco,
Che ne mostri del Ciel qualche sapore,
Che ne infiamme al disio del vero Amore,
Porger, po' ch'ha 'l poter, benigna aita.
Io bramo preparar le occluse orecchie,
A ricever quello aere che percuote
La tua sacrata voce; e che lo agente,
Trovando il paziente ben disposto,
Operi meglio, acciò che 'l tuo buon seme
Sparto nel giardin mio con quel buon zelo,
Su per le pietre, o ne la via non caschi,
O nol soffochin le pungenti spine,
Ancor che poche n'abbia entro miei campi.
Ma più che 'l posseder nuoce lo affetto,
Come ben mostro hai tu, mostrando il vero.
Sciòmi, ma no 'l troncar, come già fece
Il giovene Pelleo, un nodo, il quale
Mi s'avviticchia intorno a l'intelletto,
E me lo stringe sì, ch'ei me ne duole:
Tu lo tentasti già, ma mio defetto
Forse, non tua cagion, fe' ch'io restassi
Ne l'ignoranza, ov'io vaneggio ancora;
Ma spero, se vorrai, non altrimenti
Vederlo sviluppar, che se il vil giunco
Fusse annodato, tal ti diede il Cielo
Pronta man, destro ingegno, ardire e arte.
Se 'l gran Motor mandò 'l suo proprio figlio
A vestire un vile uom, per rivestire
Tutte le creature, che nel primo
Adam contratta avean macchia sì grande,
Ch'altr'acqua non potea forse lavarla;
E già tant'anni inanzi avea promesso
Per la bocca di quello, a cui già disse
(O gran segno di amor!): – Io ho trovato
Al mondo un uom, come volea 'l cor mio –;
Se per la costui bocca avea promesso,
Che 'l sacro suon di quelle trombe, in cui
Soffiò il gran fiato del divino Amore,
Che spargeriesi e udiriesi il grido
De 'l santo advento suo per ogni parte;
Perché in l'altro emispero, che a' dì nostri
Aviam di uomin trovato pien, non venne
La voce lor? Perché fra tante e tante
Genti, che noi (rossor de' dottor sacri,
Per non dir, come forse è 'l ver, menzogna)
Sappiam pur chiar che son oggi nel mondo
Uomini sotto a noi, e che, del centro
Forza e virtù si volge pianta a pianta;
Perché dunque a costor non venne unquanco
Odor de' fior de l'arbor divo e sacro,
Non pur de' frutti? Ivi son pur creati
Gli uomini come qui; fur come noi
Da Dio plasmati, e con la sua sembianza:
Han come noi intelletto e ragione,
Vogliono e si ricordan come noi.
Se tu dirai: – Anzi 'l mondo abbia fine,
Anzi sia pieno il seggio de' beati,
Si adempirà la voce Del Profeta;
E rinati nell'onde che 'l Vangelo
Attinse, avranno parte entro a quel sangue,
Che rende 'l lume a chi de 'l petto il trasse;
Sarà per tutto conosciuto Cristo,
E sarà uno ovile, e un pastore – ;
Parmi dur, salvo il ver, salvo il Vangelo,
Che la pietà superna abbia permesso
Il tenerli tant'anni senza lume,
Potendo il primo dì mandarvi il Sole;
Onde molti di lor che si sarieno
Salvati forse, entro a le putride acque
D'Acheronte ora ondeggian senza speme
Di prender porto, o veder mai le stelle.
Forse che se scopriva lor la luce,
Allor ch'ei la fe' chiara agli occhi nostri,
Avrieno il lor Lorenzo e 'l lor Gregorio
Oggi nel cielo, e Francesco e Lucia;
Come noi forse avrienvi quella turba,
La qual mal seppe annoverar Giovanni.
Il dir che 'l bene oprare ha 'l guiderdone,
Come corpo ombra; e chi cammina in buona
Strada, a la fine arriva a buono albergo,
Non mi quieta: ch'io odo, che Cristo
Dice: – Chi non rinasce al sacro fonte
Non può entrar nel preparato Regno – .
Questa pungente spina l'altro giorno,
Come accennai di sopra, o bello spirto
Degno d'eterna gloria e d'alto grido,
Mi poser dentro al cor le tue parole,
Senza cavarla, sì che e' non vi sia
Rimasta buona parte de la punta.
Trannela adunque tu, che far lo puoi
Con l'ago del tuo 'ngegno, e con l'acuta
Vista, con le molte arti che ti fanno
Pei dubbi passi e per le oscure vie
Sicuro camminar; ché quel bastone,
Che mi porran le tue parole in mano,
Mi sarà, sia qual vuol, fidata scorta.