LXXXV – Testi

By Giacomo Leopardi

Superba nave a fabbricar intento,

Dal Libano odorato i cedri tolga

Industre fabbro; e sciolga

Lucida vela di tessuto argento;

Seriche sian le funi, e con ritorto

Dente l'àncora d'or s'affondi in porto:

Non per tanto avverrà che meno ondose

Trovi le vie de' tempestosi regni;

E a' preziosi legni

Le procelle del mar sian più pietose;

Né che forza maggior l'argentee vele

Abbian contro il furor d'Austro crudele.

Che gioava a l'uom vantar per anni e lustri

De gli avi generosi il sangue e 'l merto,

E in lung'ordine e certo

Mostrar sculti o dipinti i volti illustri;

Se 'l nobile e 'l plebeo con egual sorte

Approda a liti de l'oscura morte?

Là dove i neri campi di sotterra

Stige con zolfo liquefatto inonda,

E, con fetid'onda,

De l'inferna città l'adito serra;

Stassi nocchier che con sdrucita barca

La morta gente a l'altra sponda varca.

Ivi il guerrier del rilucente acciaro

Si spoglia; ivi il tiranno umil depone

Gli scettri e le corone;

E l'amato tesor lascia l'avaro:

Ché 'l passegger de la fatal palude

Nega partir se non con l'ombre ignude.

O tu, qualunque sei, che gonfio or vai,

Più de gli altrui che de' tuoi fregi adorno;

Dopo l'estremo giorno,

Più cortese nocchier già non avrai;

Ma nudo spirto, ombra mendica e mesta,

Varcar ti converrà l'onda funesta.

Orgoglioso pavone, a che ti vante

Del ricco onor de le gemmate piume?

Gira più basso il lume

De' tuoi fastosi rai: mira le piante.

Copriran breve sasso, angusta fossa,

Le tue superbe sì ma fracid'ossa.

Da preziosa fonte il Tago uscendo,

Semina i campi di dorata arena;

Ma, qual ruscel ch'a pena

Vada con poche stille il suol lambendo,

Sen corre al mar; né più fra i salsi umori

Raffigurar si pon gli ampi tesori.

De i tiranni a le reggie, ed ai tuguri

De' rozzi agricoltor con giusta mano

Picchia la Morte. Insano

È chi spera sottrarsi a i colpi duri.

Grand'urna i nomi nostri agita e gira,

E cieca è quella man che fuor li tira.

Sola Virtù, del Tempo invido a scherno,

Toglie l'uom dal sepolcro, e 'l serba in vita.

Con memoria gradita

Vive del grande Alcide il nome eterno,

Non già perché figliuol fosse di Giove,

Ma per mille ch'ei fece illustri prove.

Ei, giovinetto ancor, di doppio calle

Sotto il piè si mirò partir la via.

A sinistra s'apria

Agevol il sentier giù per la valle:

Fiorite eran le sponde; e rochi e lenti

Quinci e quindi scorrean liquidi argenti.

Ripida l'altra via, scoscesa, alpestra,

Salia su per un monte; e bronchi e sassi

Ritardavano i passi.

Generoso le piante ei volse a destra:

E ritrovò il sentier de l'erto colle,

Quanto più s'innoltrava, ognor più molle.

Onda fresca, erba verde, aura soave

Godean l'eccelse e fortunate cime.

Quivi tempio sublime

Sacro a l'Eternità, con aurea chiave,

Virtù gli aprio: quindi spiegò le penne,

E luogo in ciel fra gli altri numi ottenne.