LXXXV – Testi
Superba nave a fabbricar intento,
Dal Libano odorato i cedri tolga
Industre fabbro; e sciolga
Lucida vela di tessuto argento;
Seriche sian le funi, e con ritorto
Dente l'àncora d'or s'affondi in porto:
Non per tanto avverrà che meno ondose
Trovi le vie de' tempestosi regni;
E a' preziosi legni
Le procelle del mar sian più pietose;
Né che forza maggior l'argentee vele
Abbian contro il furor d'Austro crudele.
Che gioava a l'uom vantar per anni e lustri
De gli avi generosi il sangue e 'l merto,
E in lung'ordine e certo
Mostrar sculti o dipinti i volti illustri;
Se 'l nobile e 'l plebeo con egual sorte
Approda a liti de l'oscura morte?
Là dove i neri campi di sotterra
Stige con zolfo liquefatto inonda,
E, con fetid'onda,
De l'inferna città l'adito serra;
Stassi nocchier che con sdrucita barca
La morta gente a l'altra sponda varca.
Ivi il guerrier del rilucente acciaro
Si spoglia; ivi il tiranno umil depone
Gli scettri e le corone;
E l'amato tesor lascia l'avaro:
Ché 'l passegger de la fatal palude
Nega partir se non con l'ombre ignude.
O tu, qualunque sei, che gonfio or vai,
Più de gli altrui che de' tuoi fregi adorno;
Dopo l'estremo giorno,
Più cortese nocchier già non avrai;
Ma nudo spirto, ombra mendica e mesta,
Varcar ti converrà l'onda funesta.
Orgoglioso pavone, a che ti vante
Del ricco onor de le gemmate piume?
Gira più basso il lume
De' tuoi fastosi rai: mira le piante.
Copriran breve sasso, angusta fossa,
Le tue superbe sì ma fracid'ossa.
Da preziosa fonte il Tago uscendo,
Semina i campi di dorata arena;
Ma, qual ruscel ch'a pena
Vada con poche stille il suol lambendo,
Sen corre al mar; né più fra i salsi umori
Raffigurar si pon gli ampi tesori.
De i tiranni a le reggie, ed ai tuguri
De' rozzi agricoltor con giusta mano
Picchia la Morte. Insano
È chi spera sottrarsi a i colpi duri.
Grand'urna i nomi nostri agita e gira,
E cieca è quella man che fuor li tira.
Sola Virtù, del Tempo invido a scherno,
Toglie l'uom dal sepolcro, e 'l serba in vita.
Con memoria gradita
Vive del grande Alcide il nome eterno,
Non già perché figliuol fosse di Giove,
Ma per mille ch'ei fece illustri prove.
Ei, giovinetto ancor, di doppio calle
Sotto il piè si mirò partir la via.
A sinistra s'apria
Agevol il sentier giù per la valle:
Fiorite eran le sponde; e rochi e lenti
Quinci e quindi scorrean liquidi argenti.
Ripida l'altra via, scoscesa, alpestra,
Salia su per un monte; e bronchi e sassi
Ritardavano i passi.
Generoso le piante ei volse a destra:
E ritrovò il sentier de l'erto colle,
Quanto più s'innoltrava, ognor più molle.
Onda fresca, erba verde, aura soave
Godean l'eccelse e fortunate cime.
Quivi tempio sublime
Sacro a l'Eternità, con aurea chiave,
Virtù gli aprio: quindi spiegò le penne,
E luogo in ciel fra gli altri numi ottenne.