LXXXV

By Giuseppe Parini

Muse pitocche, andatene al bordello,

poichè da questo vostro mestieraccio,

mentre per soddisfare a ognun m'avaccio,

io non ne cavo un marcio quattrinello.

M'ho io dunque a beccar sempre il cervello

sopra qualche sguaiato suggettaccio,

che, innanzi che l'onor ch'io gli procaccio,

merterìa di remar sopra un vascello?

Eccoti, Apollo mio, la tua ghirlanda!

Io te ne incaco ch'ella sia immortale,

poichè frutto nessun non mi tramanda.

Almen ci fosse ancor qualche cotale

de' prischi eroi! Ma qual ragion comanda

d'ingrandir co' miei versi uno animale,

un sciocco, uno stivale

che s'acconventi? ovvero una bagascia

che per colpa de' padri il mondo lascia,

e d'un velo si fascia,

e, giunta in munister, po' po' in quel fondo

fa forse peggio che non fece al mondo?

Ah, l'uno e l'altro pondo

mi sia strappato via con le tanaglie,

piuttosto che lodar queste canaglie!

Un asino che raglia

sia ben degno cantor di quella gente

che a chi canta per lor non dan mai niente.