LXXXV
Questo collar scolpì la donna mia,
Di basso rilevar, ch'Aracne mai,
E chi la vinse, nol faria più bello.
Mira quel bel fogliame, ch'uno acanto
Sembra che sopr'un mur vada carponi;
Mira quei fior, ch'un candido ne cade
Vicino al seme, apr' or la boccia l'altro.
Quei cordiglin che 'l legan d'ogni 'ntorno,
Come rilevan ben, mostrando ch'ella
È la vera maestra di questa arte.
Come ben compartiti son quei punti!
Ve' come son ugual quei bottoncelli,
Come s'alzano in guisa d'un bel colle
L'un come l'altro. Non fur diti adunque,
Che ti trapunser con tanta misura,
Ma furon seste, o vago, o bel lavoro;
Lavor, che forza fu, mentre voleva
Trapungerlo madonna e quinci e quindi,
Che vi fisasse quelle chiare luci,
Quelle lampade vive, quelle stelle,
Che non men splendon, che le più splendenti
Stelle del ciel, se 'l cielo è posto altrove
Che nel suo petto e nel suo volto: ch'io
Per me nol credo; e quando io miro il cielo,
E miro lei, io ben m'accorgo allora,
Ch'io non sono in error, ch'io scerno il vero.
Forza fu, che i begli occhi ella voltasse
Dunque nel suo lavor la mia Selvaggia;
Dunque questo collar guarda Selvaggia
Con quegli occhi che 'l cielo accese in Prato,
Per darne un vero saggio de' suoi lumi:
E s'ella lo guardò, forza è che l'aura
Del dolce fiato suo spirasse in lui.
Felice dunque, poi che la dolce aura
Del dolce fiato del suo spirto dolce
Sentisti di colei che venne al mondo
Per dar odor del ciel co 'l dolce fiato;
Anzi di sé, poi ch'ho detto e raffermo,
Dicendo il vero ed affermando il vero,
Che nel suo volto è 'l cielo e nel suo petto;
E ciò che non è in lei, non è nel cielo,
Ma sì ben ciò ch'è in ciel si chiude in lei.
Come non parli, o vil panno, ridotto
Per le sue man sì caro, e non ringrazi
Me, che t'intessei tal, che meritassi,
O ch'ella, per me' dir, non si sdegnasse
Tenerti in le sue man, ch'io pur poteva
Farti un vil sacco, un canavaccio vile?
Eh perché taci, ingrato? Perché adunque
Non rendi a lei l'onor che si conviene,
Avendo dal suo sguardo e dal suo fiato
Ricevuto in te spirto, aere e fiato?
Deh no 'l negar tacendo, ch'io ben sento
Che tu spiri il suo fiato, s'io ti tocco:
Ché se Iapeto con quel po' di fuoco,
Che già sottrasse dal carro solare,
Poté far viva una terrestre immago,
Che dee far tutto il bel de la natura,
Ch'ella tien stretto in quelle belle mani?
Che dee far il più chiaro e 'l più bel fuoco
Che splende, anzi arde in que' duo vivi soli,
Anzi in quegli occhi? Perciocché quegli occhi
Son vie più chiari assai che non è il Sole.
Che dee far la dolcezza di quel fiato,
Ch'a' duri sassi, a' secchi tronchi ha porto
Il fiato, ed io lo so, ben mille volte,
Se non darti la vita, e darti il fiato,
Che tu possa spirar, e dir parole
Come ti piace? Ché ben or conosco,
Quand'io ti tocco, che sei cosa viva.
Questa manica giunse la mia donna
Insieme, e 'nsieme questa, e con questi orli
Qui le fu forza pur poner le dita.
Io pur le bacerò queste orme adunque,
Chio veggio col pensier stampate in loro.
Questi merli da man, questi trafori
Fece pur ella, e questo punto a spina,
Che mette in mezzo questo cordoncello,
Ella il fe' pure, ella lo fece, ed io,
Io vile, io rozzo, ardirò di vestire
Queste mal culte membra, e queste braccia
Di panno in cui madonna una e tre volte
Mettesse punto? E questa cordicella,
Ch'ella qui mise colle proprie dita,
Toccherò? Legherommi? Ah guarda, guarda,
Che forse forse questo è un dolce laccio,
Il qual se mostra ben legarti al collo
Il bel collar, con tant'arte condotto,
Non fia gran fatto ch'ei ti leghi il core.