LXXXVI – Testi

By Giacomo Leopardi

Trita è la via che ne conduce a Stige:

Noi per l'altrui vestige,

E per le nostre altre verran. Bellezza,

Pudicizia, virtù Morte non prezza.

Vezzosa Elena fu sì che poteo

Mover de l'Asia a i danni,

Sol per lei racquistar, Sparta e Micena:

E pur tanta bellezza alfin cadeo;

E 'l tempo ingordo e gli anni

Viva ne lascian la memoria appena.

Vil polve e poca rena

Son or Penelopè, Lucrezia e Laura;

E 'l grido del lor nome è un soffio d'aura.

Dura necessità seco ne tragge:

Ciò ch'in terra è di vago,

Sasso o bronzo sia pur, l'età divora.

Chi di Rodi or mi mostra in su le spiagge

La celebrata imago

Del dio ch'in oriente il dì colora?

Chi de la casta suora

Ne le paludi de l'efesio suolo

Or m'addita il bel tempio, o un marmo solo?

Nocchieri o voi, se la riviera aprica

Abbandonaste e i colli

U' fuman di Vulcan gli atri camini;

O se di Creta, al gran tonante amica,

O di Tiro, o da i molli

Regni di Citerea scioglieste i lini;

De i fortunati pini

Deh raffrenate il volo in quella parte

Che da l'Ionio mar l'Egeo diparte.

Trascorrete con l'occhio i flutti amari;

Cercate di Nettuno

E l'una e l'altra sponda: ov'è Corinto?

Ove il gemino porto, e di duo mari

Il commercio opportuno,

Onde il Tebro d'onor quasi fu vinto?

Ei, col suo nome, estinto

Ora sen giace; e 'l lido inculto e vòto

Al pescator d'Acaia appena è noto.