LXXXVII. AD AMARILLI ETRUSCA (TERESA BANDETTINI).
Nembo di guerra intorno freme e morte,
E di Gradivo la crudel sorella
Gli anelanti cornipedi flagella
Su l'italiche porte:
Sotto l'ugna immortal fuma e si scuote
Dell'Alpe il fianco: dai percossi fonti
Alzano i fiumi le atterrite fronti
Al passar delle rote;
E tortuose giù per l'erta china
Cercano l'onde liquefatte il calle,
Meste avvisando per l'ausonia valle
La marzial ruina.
Che faremo, Amarilli? Ai dolci canti
Delle fanciulle ascree l'aspre tenzoni
Mal di Bellona si confanno e i tuoni
De' bronzi fulminanti;
Nè questo, che le fiere alme lusinga,
Clangor di trombe e nitrir di cavalli
Ben si concorda agli apollinei balli
E al suon della siringa.
E nondimeno sacerdoti servi
Non siam d'imbelle iddio: come la cetra,
Febo al fianco sonar fa la faretra
E di grand'arco i nervi.
Delfo e Troia lo sanno; il sa di Tebe
La mal feconda donna, e un giorno tutte
Del sangue de' Ciclopi orride e brutte
Le siciliane glebe.
Lungi dunque il timor; chè non s'offende
Impunemente la castalia fronda,
E quel crine è fatal che si circonda
Delle delfiche bende.
Di Crise il dica la vendetta acerba,
Quando Apollo sonar fe l'omicide
Frecce su i Greci e castigò d'Atride
La ripulsa superba.
Auspice un tanto dio, sciogli tranquillo,
Ninfa divina, il canto; e l'alme scuoti
Ai severi difficili nipoti
Di Curio e di Camillo.
O far ti piaccia le virtù romane
Segno agli strali de' veloci carmi,
O d'Ilio i campi lagrimosi, o l'armi
E le colpe tebane;
O dell'Aurora i furti, o le fatiche
Narrar d'Argo ti giovi, e maga in Colco
Impallidir su l'incantato solco,
O sospirar con Psiche;
Teco vien la pietà, teco il diletto,
Teco eleganza ne' bei modi ardita,
E quel che al cor si sente e non s'imita
Parlar fecondo e schietto.
Questa di carmi amabil arte in alto
Di Teo levò la gloria e di Venosa,
E l'onor di colei che dolorosa
Spiccò di Leuca il salto.
Di lesbia musa che le valse il vanto?
Che le valse il favor di Citeréa,
Che i passeri aggiogando a lei scendea
Ad asciugarle il pianto?
Nume più grande, Amor con le divine
Eterne punte le piagava il fianco,
Finchè l'Ionio all'egro spirto e stanco
E al suo furor diè fine.